Il nemico alle porte

(Enemy at the Gates, Germania, Gran Bretagna, Usa, Irlanda, 2001)

 

Regia: Jean-Jacques Annaud; soggetto: dall’omonimo romanzo di William Craig; sceneggiatura: Jean-Jacques Annanud, Alain Godard; fotografia: Robert Fraisse; montaggio: Noelle Boisson, Humprey Dixon; musica: James Horner; scenogafia: Wolf Kroeger; interpreti: Jude Law (Vassili), Joseph Fiennes (Danilov), Rachel Weisz (Tania), Bob Hoskins (Kruschev), Ed Harris (Konig), Ron Perlman (Koulikov), Gabriel Marshall-Thomson (Sacha), Eva Mattes (mamma Filipov), Matthias Habich (generale von Paulus); produzione: DOS, KC Medien AG (Germania), Little Bird Ltd, MP Film Management (Germania), Mandalay Pictures (USA), Paramount Pictures (USA), Reperage, Swanford Films (Gran Bretagna); produzione: Costantin Film, Paramaunt Pictures, Pathé, United International Pictures; distribuzione: Argentina Video Home, Constantin Film, Paramount Pictures, Pathé, TriPictures, United International Pictures; durata: 130'

 

Scelto come film d’apertura della 51a edizione del Festival di Berlino, almeno per dar ragione degli investimenti tedeschi nella coproduzione europea più imponente del momento (ottantacinque milioni di dollari), Il nemico alle porte non va oltre il campo visivo del mirino di un fucile. Ben altre le ambizioni del film. Raccontare un capitolo decisivo della seconda guerra mondiale, la battaglia di Stalingrado, attraverso quella personale tra due uomini: il generale tedesco Konig e l’eroe nazionale russo, Vassili.
Se Sette anni in Tibet era una pura interpretazione del libro ispiratore, riducendo lo spessore delle parole scritte a un’affascinante panoramica, qui, basandosi su personaggi realmente esistiti e pur suscettibili di fantasie popolari, Annaud non riesce a catturare lo spettatore se non con eclatanti quanto flebili esplosioni.
L’eco dell’Orso si fa sentire in un incipit inessenziale, non sviluppato, reciso dal resto della storia: Vassili bambino impara a sparare con precisione accanto al nonno per difendere i propri beni dai lupi. La dura legge della sopravvivenza non basta a tener desto lo sguardo che, sin dall’inizio, sa perfettamente dove cercare la prossima inquadratura.
Citato oramai fino alla nausea il confronto con Salvate il soldato Ryan, almeno per le prime scene di battaglia (sembra che finora solo Spielberg abbia fatto film di guerra) in realtà sarebbe proficuo un parallelo con il primo film di un cannibale dei generi cinematografici: I duellanti di Ridley Scott. Un film dimenticato: la guerra era uno sfondo, le relazioni amorose un’allusione, eppure il regista seppe ritrarre l’irrazionalità e la darwiniana necessità di combattere insita nella guerra, dando forza a un banale conflitto personale.
Nuove produzioni albeggiano sul panorama internazionale da Peal Harbor, sicuramente superiore quanto al budget (centoquarantacinque milioni di dollari), a Il mandolino del Capitan Carelli, inquietante se non altro per il modo in cui Nicolas Cage cade nella dolce gabbia di una nativa di Cefalonia.
La passione per Tania che divide Danilov e Vassilii, il carismatico Ed Harris nei panni di Konig, l’abilità del piccolo Gabriel Marshall-Thomson (ultimamente i bambini fanno sempre più spesso la parte dei giganti) non fanno altro che la fine del buon gobbo de Il nome della rosa, Ron Perlman: un personaggio da cui tutti si attendono molto che, colpito all’istante da un abile cecchino, offre spettacolo di sé tra le macerie della guerra. L’omaggio finale nei titoli di coda a Sergio Leone desta una sana nostalgia per chi sapeva prendere la mira.

Valeria Fabio