(L’Anglaise et le duc, Francia 2000)
Regia
: Eric Rohmer; fotografia: Diane Baratier; montaggio: Mary Stephen; musica: Becourt, François-Joseph Gossec; scenografia: Jean-Baptiste Marot; costumi: Pierre-Jean Larroque; interpreti: Lucy Russel (Grace Elliot), Jean-Claude Dreyfus (duca d’Orléans); produzione: Compagnie Eric Rohmer, Pathé Image; distribuzione: BiM; durata: 125'Link:
www.bimfilm.com
La nobildonna e il duca, che sconvolge per la perfezione
della sua costruzione classica, è completamente realizzato in digitale. In assoluta controtendenza,
Rohmer riesce, attraverso le nuove tecnologie e gli enormi fondali
dipinti da Jean-Baptiste Marot, a rendere una Parigi
del 1790 come mai nessuno l’aveva vista. La ricostruzione della città è
fedelissima, e si basa sui dipinti, sulle cartine e su tutti i documenti
topografici disponibili. E al tempo stesso non tradisce mai la consapevolezza di
trovarsi pur sempre di fronte a una ricostruzione, a una rilettura della
storia. Fin dalla prima scena il film incanta gli spettatori, che immaginano di
trovarsi di fronte a documenti storici, e al tempo stesso si rendono conto
che gli attori sono proprio lì. L’effetto è completamente spiazzante.
Il rispetto del vero storico, l’attenta e minuziosa
ricostruzione del reale rende Rohmer un filologo del cinema, sempre
attento alla luce, al suono, ai luoghi. Ma, come sempre, il suo lavoro è
segnato dalla volontà di un continuo superamento dei propri limiti. Così l’originale
scenografia di La nobildonna e il duca nasce proprio dalla volontà di
migliorare la resa spettacolare, in nome di quel rispetto degli ambienti che
già caratterizzava le due precedenti opere in costume, La marchesa von ’O (1975),
girato in esterni, e il Perceval (1978), che fu interamente realizzato in
teatro. Anche in questo film fondamentali continuano a essere i dialoghi, una
vera partitura dei sentimenti e dei rapporti umani, da sempre al centro dell’interesse
del cineasta. Il dissidio tra le decisioni prese dalla ragione dei personaggi e
la tirannia degli eventi, guidati dal caso, torna a essere il perno di ogni sua
storia. “Tanto più moderno quanto più teso alla conquista di un
esasperato classicismo, il cinema di Rohmer rivendica gli intrecci con la
letteratura e il teatro, come reazione al predominio delle belle immagini”.
Questa è una delle frasi che motivano il premio assegnato, e non si può che
essere d’accordo.
Da sempre la sua produzione è fortemente legata alla
letteratura, nella piena fedeltà ai testi di partenza. Una coerenza e un
rispetto che si manifestano soprattutto nel montaggio e nel perfetto rigore
estetico di una regia in piena sintonia con le idee di André Bazin.
Anche per La nobildonna
e il duca il punto di
partenza è un testo letterario. La sceneggiatura infatti prende le mosse dalle
memorie di una donna inglese, Grace Elliot (interpretata da Lucy Russel),
trasferitasi in Francia nel 1786 dopo esser stata l’amante del duca D’Orleans
(Jean-Claude Dreyfus), cugino del re. Quando inizia la rivoluzione (qui
comincia anche la storia narrata da Rohmer), i due hanno terminato la
loro relazione, che si è trasformata in una profonda amicizia. Il libro da cui
nasce il film è Journal of My Life During the French Revolution, della
stessa Grace Elliot, che ha affascinato il regista proprio per l’insolito
punto di vista, quello di una donna inglese, sugli eventi di quegli anni.
Questo film è importante soprattutto perché, in un certo
senso, rappresenta il ‘primo vero film
storico’ aderente alla realtà
nella misura in cui non c’è un adattamento dei luoghi, bensì una
ricostruzione totale del reale. Quello che più colpisce è l’uso del
digitale: Rohmer, con i suoi ottantuno anni, insegna al cinema una nuova via possibile,
ignorando completamente la spettacolarità per lasciare spazio allo spettacolo
come naturale filiazione del cinema e, al tempo stesso, riconciliazione con il
teatro.
Serena Valeri