(Pride & Prejudice, Gb 2005)
Regia: Joe Wright; soggetto: Jane Austin; sceneggiatura: Deborah Moggach; fotografia: Roman Osin; montaggio: Paul Tothill; musiche originali: Dario Marianelli; scenografia: Sarah Greenwood; costumi: Jacqueline Durran; interpreti: Keira Knightley (Elizabeth Bennet), Matthew MacFadyen (signor Darcy), Brenda Blethyn (signora Bennet), Donald Sutherland (signor Bennet), Tom Hollander (signor Collins), Rosamund Pike (Jane Bennet), Jena Malone (Lydia Bennet), Judi Dench (Lady Catherine de Bourg), Carey Mulligan (Kitty Bennet), Talulah Riley (Mary Bennet), Simon Woods (signor Bingley); prodotto da: Tim Bevan, Eric Fellner, Paul Webster; produzione: Working Title; distribuzione: UIP; durata: 127'
Link: www.prideandprejudicemovie.net
Di Orgoglio e
pregiudizio, il celebre romanzo di Jane Austen, si conoscono
numerosi adattamenti televisivi (il primo nel lontano 1938), e cinematografici,
a partire da quello di Robert Z. Leonard (1940) con Laurence Olivier.
Seguono la rivisitazione di Ang Lee Ragione e sentimento (1995), e
la versione bollywoodiana di Gurinder Chadha, Matrimoni e pregiudizi
(2004). Lo spirito di Orgoglio e pregiudizio ha inoltre fornito le
basi concettuali per un’infinità di commedie romantiche, tanto che se ne possono
ritrovare tracce persino ne
Il diario di Bridget Jones (2001).
Tra l’altro, anche altri romanzi della grande scrittrice ottocentesca, tutti
classici della letteratura, hanno fornito ispirazione per il piccolo o il grande
schermo: da Emma, a Persuasione, a Mansfield Park a L’abbazia
di Northanger.
A Jane Austen è stato più volte rimproverato di ritrarre solo la classe sociale
medio-alta, e mai quelle più povere. Se certamente la sua curiosità non andava
in direzione della vita quotidiana di un cocchiere o di un macellaio, bisogna
pensare che il suo era un tempo assolutamente nuovo: l’establishment
inglese guardava alla rivoluzione francese chiedendosi come questa l’avrebbe
interessata, i ceti alti erano impauriti e avevano deciso, cosa mai avvenuta
prima, di mescolarsi con le classi più modeste. Orgoglio e pregiudizio si
rifà a questi rivolgimenti, alla inconsueta possibilità delle classi meno
abbienti di incontrare quelle più agiate, per esempio in occasione di un ballo
di società.
La storia del romanzo è ben nota: alla fine del 1700, nella campagna di una
piccola cittadina inglese, la famiglia dei Bennet, con ben cinque figlie
femmine, non può pensare ad altro per un roseo futuro che maritare al più presto
e in modo vantaggioso le ragazze (l’eredità, all’epoca, non riguardava le
donne). Pare quindi mandato dal cielo il ricco scapolo Charles Bingley (Simon
Woods), che arriva improvvisamente in paese portando scompiglio. Tra balli e
sguardi ammiccanti, equivoci e imbarazzi, la più fortunata delle figlie sembra
essere Jane “la bella”, ma il destino arriderà anche a
Elizabeth “Lizzie” (Keira
Knightley), la più orgogliosa e testarda, che scoprirà con stupore quante
sfumature possa avere l’animo del nuovo arrivato Mr Darcy (Matthew MacFadyen),
frettolosamente giudicato snob e altezzoso. Lizzie dovrà fronteggiare i
pregiudizi di una classe fornita unicamente del suo orgoglio e della sua
capacità, che maturerà a poco a poco, di guardare negli animi umani, anche lei
sgombra di pregiudizi.
La sceneggiatura di Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright è
rigorosamente fedele al romanzo ottocentesco, del quale conserva anche la
struttura in tre atti. Si è tuttavia abbreviata la lunghezza eliminando gli
sviluppi secondari, e si è mantenuto come tema principale il tipico idillio di
due persone che pensano di odiarsi e invece si amano appassionatamente in un
contesto formale di sentimenti soffocati. I dialoghi
riprendono il linguaggio altisonante del tempo e il modo formale in cui ci si
rivolgeva in società (nel romanzo, però, tutti aspettano che l’interlocutore
abbia finito di parlare prima di farsi avanti, mentre nel film le frasi si
sovrappongono in modo addirittura fastidioso). Specie nella famiglia Bingley è
tutto un cinguettare di ragazzine, per scelta dell’autrice che ha voluto rifarsi
alle sue esperienze personali all’interno di una famiglia di sole donne. Dato
che la Austen è molto amata come scrittrice, la Moggach ha
preferito riportare per intero alcune sue battute, sicura che il pubblico
(almeno quello anglofono) le avrebbe riconosciute. Per lo spettatore medio,
però, i dialoghi di Jane Austen risultano divertenti
solo in rari casi: l’umorismo è quello tipicamente inglese, e se una cosa è
apprezzarlo sulle pagine di un vecchio volume, altro è sforzarsi di sentirle
naturali in bocca a una Keira Knightley
stonata anche nella bellezza quasi imbarazzante e ben diversa dalle fattezze con
cui immagina Lizzie
chi abbia letto il libro. Indubbiamente, l’attrice ce la
mette tutta per personificare la forza, la testardaggine e l’arguzia della
protagonista, che lei descrive come “il sogno di tutte le ragazze”, ma il suo
apprezzabile impegno non impedisce una scarsa credibilità. D’altronde, come
sostiene la stessa Knightley: “Fare un film basato su un romanzo è un
processo diverso perché i dialoghi interiori dei personaggi sono tutti scritti,
mentre di solito puoi anche deviare un po’ per possedere il ruolo”.
Date le premesse, sembra un po’ sprecato il notevole cast (sono stati
scelti solo attori della stessa età di quelli del romanzo, da Brenda Blethyn
a Donald Sutherland a
Judi Dench.
Il peso maggiore è caduto su Matthew MacFadyen, che ha dovuto
sopportare il confronto con Laurence Olivier, ma non se ne è preoccupato troppo
ed è entrato con facilità nei panni di un Darcy dalla bellezza rozza in stile
Richard Burton ma vulnerabile come il migliore Hugh Grant.
Il regista Joe Wright, qui al suo primo lungometraggio, viene dalla
televisione e dice di non aver mai letto il romanzo se non in vista della
realizzazione del film. Folgorato dall’aspetto realistico, ha deciso di evitare
le visioni pittoresche della cultura inglese ma di seguirne la chiave realistica,
con grande attenzione ai particolari, il che, secondo lui, dovrebbe contribuire a
dare accenti di modernità. Il risultato invece è piuttosto piatto. Il
gusto maggiore sta nell’ammirazione delle splendide ambientazioni inglesi e dei
costumi, per i quali, un po’ anacronisticamente, si è scelto lo stile
impero. Per il resto, è tutto coerente nella descrizione della vita semplice di
allora, cadenzata delle stagioni e dei lavori dei campi: non mancano le
interminabili piogge inglesi nell’altrettanto tipica campagna, la luce delle
candele, le case lussuose, le cene formali, gli allegri balli, la musica del
pianoforte.
Un’opera formalmente corretta ma che lascia il desiderio di rileggere il
libro col fine di trovarvi maggiori input. La comunicazione tra i sessi
probabilmente oggi non è più facile che ai tempi della Austen: le persone hanno
ancora pregiudizi verso gli altri, si innamorano altrettanto frequentemente, e
spesso sono troppo orgogliose nei momenti sbagliati. È una storia d’amore che
racconta come comprenderci gli uni con gli altri, ed è su questo che è basata
l’idea del film, indirizzato a un pubblico che, in tutte le salse, persino se
ciò significa sorbirsi il recupero di un classico, ama tanto sentirsi ripetere
che l’amore esiste.
Paola Galgani, 05/12/2005