Poco più di un anno fa – Diario di un pornodivo

(Italia 2002)

 

Regia: Marco Filiberti; soggetto: Marco Filiberti; sceneggiatura: Marco Filiberti; fotografia: Stefano Pancaldi; montaggio: Valentina Girodo; costumi: Eva Coen; scenografia: Livia Borgognoni; interpreti: Marco Filiberti (Riki Kandisnsky), Urbano Barberini (Federico), Rosalinda Celentano (Luna); produzione: Campinella Productions; distribuzione: Lantia;

 

Poco più di un anno fa, non ricordo il giorno né il mese precisi, ma l’anno doveva essere il 2002, Marco Filiberti, appassionato dell’arte plastica e figurativa, decide di dare ordine ad alcune idee e appunti nati nel 1999 e di misurarsi, dopo aver recitato e scritto alcuni testi per il teatro, con una forma d’arte nuova, moderna e sfuggente: il cinema.
Poco meno di un anno fa, il 7 marzo 2003, esce nelle sale italiane un’opera prima coraggiosa e provocatoria, che ha riscosso al Festival di Berlino consensi da parte tanto del pubblico quanto della critica.
Il film si intitola Poco più di un anno fa, il sottotitolo è Storia di un pornodivo e la locandina è sensuale e “da urlo” come ha scritto Francesco Alò su Il messaggero utilizzando il termine “manifesto” in un’accezione che forse non ho compreso fino in fondo (forse si riferiva al programma ideologico sotteso all’opera?). Comunque, all’epoca, scelsi di non andare a vederlo.
Presto il film,  uscito dal circuito delle sale italiane, comincia a girare il mondo partecipando a numerosi festival ed emigrando nella patria della libertà apparente e della tolleranza formale, gli Stati Uniti, dalla quale torna carico di elogi e riconoscimenti. Il pubblico statunitense, che a differenza dei suoi talentuosi cineasti non gode davvero di ottima fama in quanto a profondità di giudizio e competenza critico-estetica, eleva il nostro giovane esordiente a manifesto del nuovo cinema indipendente made in Italy. Nello stesso tempo, da noi esce il dvd e i ritardatari, me compresa, non se lo lasciano scappare.
La locandina, aveva ragione Alò, è intrigante e sensuale e non ha niente a che vedere con il kitsch che si riscontra nel film e su cui insistono tanti dei critici che hanno commentato l’opera: piuttosto parlerei di volontaria e compiaciuta autocelebrazione del protagonista, che dorme nudo tra lenzuola rosse… ma è solo l’inizio.
Marco Filiberti racconta la storia di un immaginario pornodivo gay degli anni Novanta (nome d’arte Riki) attraverso una finta intervista rilasciata nel 2016 dal fratello borghese bene dopo la morte del protagonista.
Le premesse per un film di denuncia sulla falsa moralità e i pregiudizi di una società bigotta e intollerante ci sono tutte, ma poi nel film, cerca cerca, si trova un Narciso bello e fin troppo buono, puro fino al parossismo, inserito in un mondo sconosciuto e censurato dal comune modus pensandi. Un ragazzo come tanti che vuol essere ricordato, vuole lasciare il segno, cerca e pretende amore.
Completamente concentrato sul troppo biondo e troppo bello Riki, interpretato dallo stesso fascinoso regista, un attore che buca lo schermo con la sola fisicità e potenza del proprio corpo, che venera tanto da riproporcelo in ogni posa, questo film sentimentale più di quanto possa apparire in superficie non convince proprio per la sua eccessiva grazia. Non ha la verve di Boogie Nights ma mescola personaggi e situazioni con ingenua vivacità.
Bravissima e seducente nel suo strano ruolo di artista-creatura angelica, Rosalinda Celentano.
Di una bellezza spigolosa e virile, vestita di lattice e con i capelli lunghi e lisci, il suo è il personaggio forse più affascinante e ispirato, talmente sopra le righe da essere quasi commovente.
Le scene migliori sono senza dubbio quelle in cui Riki ci regala generoso lo spettacolo del suo corpo sano e forte in montaggio alternato con quegli occhi allungati e fin troppo penetranti.
Alcune riflessioni in voice off sull’arte e la solitudine che Filiberti semina volontariamente per tutta la storia, una sorta di racconto-confessione non privo di un personale morale, costituiscono la vera firma autoriale di questo film dai diversi piani di lettura.
Lascia perplessi il grado di intensità affettiva istauratosi tra Riki e un bambino al quale il pornodivo salva la vita e tenta di fare da padre-amico. Con troppa facilità il piccolo accetta la sua nuova condizione familiare e con troppa maturità comprende scelte di vita e sentimenti che la comune morale condanna apertamente (ma forse ha ragione il regista: chi altro avrebbe potuto comprenderle se non un ragazzino?).
Alla fine della favola il nostro eroe vince la sua battaglia contro ipocrisia e ignoranza e riconquista non solo l’affetto e la stima del fratello, che scopre e impara con lui una nuova, possibile felicità, ma si assicura addirittura quella di una coppia di giovani cineasti alle prime armi decisi a realizzare un lungometraggio sulla sua vita tanto eversiva.
Bella la fotografia e la cura del dettaglio, intelligente la scelta di variazioni cromatiche per i due tempi del racconto: quello del presente (un 2016 asettico e freddo) e quello del ricordo (gli anni Novanta dai toni accesi e decisi). La macchina da presa, nelle mani di un esperto d’arte che rivela in ogni scena il proprio raffinato gusto estetico, segue curiosa e insistente ogni variazione di luce e colore sfruttando al meglio ogni contrasto cromatico o gioco di forme.

Poco più di un anno fa
ha i difetti di un’opera prima, ma Filiberti è autore di rara sensibilità e gusto estetico capace di penetrare la realtà al di là delle apparenze, conservando intatta, pura e fedele a se stessa la propria morale laica fatta di amore per il prossimo, solidarietà e lucida consapevolezza della difficoltà del vivere.

Claudia Russo, 15/12/2003