Primavera,
estate, autunno, inverno… e ancora primavera
Regia: Kim Ki-Duk; soggetto: Kim-Ki-Duk; sceneggiatura: Kim-Ki-Duk fotografia: Baek-Dong-Yeon; montaggio: Kim-Ki-Duk; musica: Bark-Jee-Wong; scenografia: Oh Sang Man, Stefan Schonberg; costumi: Kim-Min-He; scenografia: interpreti: Oh-Young-Su (monaco anziano), Kim Ki-Duk (monaco adulto), Kim-Young-min (monaco giovane), Seo-Yae-Kyung (monaco bambino), Yii-Dae-An (detective Ji), Choi-Min (detective Choi), Park-Ji-ai (madre del piccolo); prodotto da: Karl Baumgartner, Lee Seung-Jae; produzione: Korea Pictures, LJ Films, Pandora Filmprodroduktion, Cineclick Asia; distribuzione: Mikado; durata: 103'
Una lezione, aperta e appassionante, di etica ed estetica;
monaco buddhista, inquieto
discepolo e sofferenti pellegrini in
un eremo affiorante da un lago montano. Le speculative sponde di Locarno sono
valse a Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera un
premio di consolazione: il Pardo maggiore andando in incoraggiamento all’opera
prima, dicono coraggiosa, del figlio di un maestro di cerimonie.
Stoicismo buddhista, tenerezza trattenuta, amore non inquinato per la natura,
grata indifferenza verso il miracoloso… Nell’eremo sullo Yusan gli uomini
vengono abbandonati, si rifugiano, si innamorano e fuggono gli affetti, si
suicidano e torturano. Una
condizione piuttosto che un luogo; la
religione, come passaggio,
continua, inevitabile iniziazione.
Al sorprendente Kim Ki-Duk di Primavera preme indagare ciò che è
prima dopo e attorno al sovrannaturale: un po’ come il negativo teologico di
un ipotetico San Tizio alla maniera duopolistica. In Primavera la natura
appare miracolosa nella sua brulicante interezza, infusa di santità; la santità,
faticosa elettiva o involontaria, quasi
indefinibile condizione a priori, assieme a tempo e spazio, di ogni
sguardo sul mondo. Siamo ben distanti dal cinema alla J. J Annaud,
dall’impossibilità di esprimere la nostalgia per la natura; dal documentario
sulle balene che in questo momento passa in televisione, da ogni logica da riserva;
dall’applicazione, lecita ma assai inflazionata e perciò normeggiante
(almeno nel mio repertorio di spettatore), dell’estetica delle rovine al
tutto-vivente. In Primavera flora e fauna, paesaggi e fenomeni
meteorologici risaltano in quanto allucinazioni persistenti, né più né meno
sfuggenti, nella loro interrogante presenza, della coscienza individuale.
Fissano lo spettatore, e a ricambiarne lo sguardo ci si può sentire come la
prima volta che si è visto un
albero o un mulinello nelle acque di un fiume. O almeno si può desiderare tale
esperienza, di essere un attimo prima che all’albero o al mulinello si
sovrappongano le categorie mentali alle quali ci rimettiamo per difenderci
l’infinita potenziale degli enti. Il tathatā,
“Colui che è andato nella talità”, diceva il Buddha, la quiddita quintessenziale.
Un film che sarebbe piaciuto a sant’Agostino e che forse va
sconsigliato a chi, ateo o credente, si accosti al buddhismo come a un
analgesico, o a un amplificatore-di-volontà.
Il veicolo primario di elevazione offerto da Primavera è fotografico:
inquadrature asciutte ed estremamente precise; una costruzione scenica in cui le
geometrie sono appena suggerite, stilizzazioni di una stilizzazione; un
montaggio lento ma inesorabile, che riprende e lega i movimenti interni alle
scene. Faccio voto di studiare alla
moviola il film, quando uscirà in Home Video, e produrmi in commenti meno
stupiti e più stringenti. In fin dei conti se è lecito cercare Dio, o tentare
un suo passabile surrogato, scrutando icone o immergendosi nell’analisi
matematica delle forme, si può fare lo stesso analizzando con devozione un
film, come un mandala di icone e geometrie.
La colonna sonora di Primavera combina suoni elettronici avvolgenti con
le timbriche aspre della musica tradizionale coreana. Un valore o un dis-valore
a seconda di quanto l’ascoltatore sia intossicato da atmosfere real world.
Certo è che le sequenze di Primavera promanano un ritmo pensosamente
ipnotico e potrebbero funzionare, come è del grande cinema, con mille e mille
diversi accompagnamenti. Un altro esperimento mistico-critico da
rimandare all’uscita in videocassetta del film.
Kim Ki-Duk interpreta, con un sobrio lavoro di occhi e di gesti, il ruolo del
maestro adulto, quasi in simbiosi con gli attori che incarnano le altre stagioni
del religioso. Sia i recitanti che il recitato puntano sulla
sottrazione, sulla trasversalità dei gesti, sui silenzi, per raggiungere i recipienti
dei loro discorsi, aspri pazienti e diluiti nel tempo.
Si potrebbe parlare, come per la musica di Miles Davis, di poetica delle
pause.
Il maestro di questa Primavera predica il distacco dagli affetti mondani
e poi adotta un micino per allievo. Così duttile, il maestro, da
usare il felino come pennello e l’imponderabile come farmaco. Si dà una
morte, infine, atroce e meravigliosamente piena di senso. Non prima di aver
regalato, agli spettatori e al suo tormentato discepolo, una bellissima
parafrasi visiva del risveglio del Buddha.
Gli interpreti di Primavera rivaleggiano in bravura e bellezza: avvenenti
o meno che siano Kim Ki-Duk riesce a mostrarli in quello stato di
pericolosa intensità in cui il nostro prossimo ci appare comunque degno
di attenzioni. Sublime, compassionevole. Il film dura meno di due
ore ma richiede una buona dose di concentrazione, se non un allenamento mirato.
Ci si può ritrovare alla terza stagione, già affaticati, tentati magari per
meccanica associazione di idee dalla bassa rosticceria, o da altre delizie
mondane. Ma chi direbbe mai di una montagna che è brutta perché verso la fine
di un’escursione si sente provato? Nel prossimo numero su Venezia 61, a Kim
Ki-Duk Frameonline dedicherà un articolo nel quale si parlerà anche del
suo ultimo film, Binjip, presentato in concorso al festival. Qui ci si limita
all’omaggio, sentito benché tardivo, a un piccolo Dreyer venuto da
Oriente.
Alessandro Carlini, 01/11/2004