(Usa 2007)
Regia: Brad Bird; soggetto: Brad Bird, Jim Capobianco, Jan Pinkava; sceneggiatura: Brad Bird; fotografia: Sharon Calahan; montaggio: Darren T. Holmes,; musiche originali: Micheal Giacchino; scenografia: Harley Jessup; voci originali: Patton Oswalt (Remy), Ian Holm (Skinner), Lou Romano (Linguini), Peter O’Toole (Anton Ego); prodotto da: Brad Lewis; produzione: Pixar Animation Studios, Disney Pictures; distribuzione: Walt Disney Studio Motion Pictures Italia; durata: 110′
Link: www.disney.it/film/ratatouille
“C’est
si bon” intonava per inciso
una vecchia canzone di Yves Montand degli anni Quaranta, e in effetti non
si trova migliore espressione per descrivere l’intenso gusto cinematografico di
casa Pixar. Dopo aver scovato gli scheletri negli armadi delle camerette dei
bambini (Monster
& Co., 2001), brutti (pesci) anatroccoli come nella migliore
tradizione fiabesca alla Andersen (Alla
ricerca di Nemo, 2003), macchine da sfascio su un viale del
tramonto quasi proiettato in una dimensione da solitudine hopperiana (Cars -
Motori ruggenti, 2006), e aver riletto in chiave screwball comedy la
disperazione dei supereroi in pensione figlia del
capolavoro di Alan Moore Watchmen (Gli incredibili, 2004), la Pixar, una delle costole
più preziose della Disney, regala al pubblico Ratatouille, una nuova
storia di amicizia e lealtà, condita con una serie di equivoci da risate
garantite. Un racconto per uomini e topi, laddove questi ultimi (sempre più
antropomorfizzati) si trovano a dover fare le veci di sciocchi, arroganti e
vanagloriosi umani senza qualità, manovrati come ridicole marionette. Il tono
dell’opera è dunque scherzoso, magico, buffo, quasi a voler confondere i piani
del lungometraggio animato con le celebri comiche da cinema muto; di riflesso,
però, in questo surreale “helzapoppin” culinario si avverte una dolce e soffusa
malinconia. Una tristezza che punta direttamente al cuore dello spettatore
quando, i due protagonisti, entrambi Senza Famiglia (non a caso il roditore
gourmet si chiama Remy), si incontrano e scontrano dando vita ai primi
approcci con la diversità.
Brad
Bird, regista davvero unico, riesce a imprimere a ogni sua avventura una
tale profondità da non invidiare nulla alle tanto sbandierate barricate
nipponiche del manga d’autore. In una dimensione dalle tinte vivaci, tenute a
bada da una fotografia pastello, questa epopea gastronomica vede come assoluto
mattatore un “altro” ratto alle prese con i soliti, annosi problemi della sua
specie e un sogno nel cassetto: diventare un giorno un grande chef come il suo
opulento mentore Alain Gusteau. Un fermo immagine con voce fuoricampo mostra il
povero Remy in fuga da una tenace ottuagenaria, alla ricerca di un nuovo sito
sul quale posare le zampe. In una sarabanda di marca slapstick, un’azione e un
ritmo con gag tra Buster Keaton e il picchiatello Jerry Lewis, si
intrecciano parabole morali sul concetto (più volte ribattuto) di accettare se
stessi e gli altri così come sono e del valorizzare le qualità di ciascuno
perché
“non tutti possono diventare grandi artisti, ma il grande artista può
trovarsi ovunque”. Così come ne Gli incredibili il capofamiglia insegnava
ai figli a correre e non a tagliare il traguardo, anche qui il rebus–morale è
tutto racchiuso nel motto di Gusteau. A tal proposito anche il severo critico Anton Ego (plasmato nei tratti di un vampiro con tanto di ufficio-bara) sarà
costretto a ricredersi quando per la prima volta confonderà il sapore degli
affetti di un tempo perduto con la voce del fanciullino appena risorto.
Ratatouille (intruglio
linguistico fra una delle portate più prelibate di Parigi e la definizione di
ratto) è però molto di più: si pensi alla figura di Colette, unica donna in una
cucina-società di uomini o alle battute sul consumismo a stelle strisce, con la
mercificazione di prodotti d’élite. Nota di merito alle musiche composte per
l’occasione da Micheal Giacchino, coinvolto nella scommessa più ardua e
strappato dalle eco di prigionieri su isole misteriose (la serie televisiva
Lost)
dal fracasso colorito di
utensili da cucina, creato con una dovizia di particolari da far impressione.
Ilario Pieri, 10/10/2007