La sorgente del fiume

(Italia, Francia, Grecia 2004)

 

Regia: Theo Anghelopoulos; soggetto: Théo Anghelopoulos; sceneggiatura: Theo Anghelopoulos con la collaborazione di Tonino Guerra e Petros Markaris; fotografia: Andreas Sinanos; montaggio: Giorgios Triantafyllon; musica: Melene Karaindrou; scenografia: Giorgios Patsas; costumi: Ioulla Stravidou; interpreti: Alexandra aldini (Heleni), Nikos Poursanidis (Alexis), Giogos Armenis (Nikos), Vasilis Kolovos (Spiros); prodotto da: Amedeo Pagani, Theo Anghelopulos, Jean Labadie; distribuzione: Istituto Luce; durata: 160'

 

Théo Anghelopoulos ritorna ad affrescare la storia del Ventesimo secolo attraverso una trilogia, come fece a suo tempo con I giorni del 36, La recita e I cacciatori, rispettivamente del 1972, 1975 e 1977. Primo film di questa trilogia, dalla Russia della rivoluzione alla New York dei giorni nostri, è La sorgente del fiume.
Scritto con la collaborazione del nostro Tonino Guerra e di Petros Markaris, il film, una co-produzione italo-franco-greca, narra le vicissitudini di due giovani innamorati, Heleni e Alexis, attraverso il loro percorso personale dall’infanzia a Odessa, quando bambini fuggirono insieme alle famiglie in Grecia dopo l’invasione dell’armata rossa, alla sorgente del fiume che si getta nel mediterraneo, il luogo che li farà innamorare e li porterà ad avere due figli contro il parere dei loro familiari, in particolare quello del padre geloso di lei che, dopo la morte della moglie, vorrebbe la figlia solamente per sé. Sarà proprio l’ossessività del padre a far fuggire, durante gli anni Trenta, i due ragazzi verso Salonicco. La crisi e la miseria imporranno alla coppia una separazione quando il giovane partirà per l’America in cerca di fortuna, una separazione che non sarà breve come era previsto a causa gli avvenimenti che sconvolgeranno il mondo di lì a poco. Un viaggio attraverso il quale Anghelopoulos posa lo sguardo sulla grande storia, leggendola attraverso la piccola storia di cui sono protagonisti i due personaggi principali del film. Una piccola storia che gli permette di rileggere il periodo che portò dal fascismo alla seconda guerra mondiale prima e alla resistenza civile poi, dove i due figli della coppia moriranno tragicamente combattendo l’uno contro l’altro.
Lo sguardo di Anghelopoulos non è uno sguardo freddo, elegiaco, che si sofferma sul passato come qualcosa di definitivamente sepolto, quanto uno sguardo vivo, inquieto che rimanda alla realtà storica contingente. Questo film è un’opera sublime, una profonda riflessione sul presente attraverso uno sguardo sul secolo appena trascorso, uno sguardo caratterizzato dall’inconfondibile cifra stilistica che contraddistingue il linguaggio cinematografico del cineasta greco. Una cifra stilistica che egli stesso, nell’incontro con la stampa, individua nel piano sequenza, facendone risalire le origini oltre il cinema, nella letteratura di Omero (la sua descrizione della battaglia di Ettore) o di Joyce (Il monologo di Molly Bloom).
I piani sequenza del regista mescolano al loro interno diversi piani temporali senza nessun segno di discontinuità, così come mescolano il tempo interiore dei protagonisti con quello cronologico dello svolgersi della storia, due percezioni del tempo che nella realtà non coincidono. Il cinema di Anghelopoulos trova una sintesi visiva perfetta di queste due percezioni del tempo, una sintesi che scandisce i tempi della riflessione dell’autore sulla storia. La sorgente del fiume è un film che con la sua apparente semplicità stilistica rimanda al cinema delle origini, quando bastava un campo fisso ed erano gli elementi di fronte alla cinepresa a rendere dinamica l’immagine con i loro movimenti. La realtà fenomenica degli elementi ripresi dalla macchina da presa, nella Sorgente del fiume, ridona alle immagini la loro potenzialità nel farsi carico di molteplici significati, ridona loro la capacità di essere portatrici di senso, regalando al cinema (e ai suoi spettatori) quella capacità d’immaginazione attraverso la vista, che sembra smarrita quasi del tutto per l’inflazione di immagini con significati prestabiliti che soffocano l’immagin(e)azione della società contemporanea. Per questo il cinema di Anghelopulos, attraverso la memoria, è un cinema che parla soprattutto al presente, da non rimuovere nell’oblio della memoria visiva a cui è destinata la maggior parte dei film che riempie i nostri schermi cinematografici.

Alessandro Morera, 15/04/2004