Te lo leggo negli occhi

(Italia 2004)

 

Regia: Velia Santella; sceneggiatura: Velia Santella, Heidrun Schleef; fotografia: Tommaso Borgstrom; montaggio: Clelio Benvenuto; scenografia: Eugenia Napoli; costumi: Maria Rita Barbera; interpreti: Stefania Sandrelli, Teresa Saponangelo, Luigi Maria Burrano, Camilla Di Nicola, Ernesto Mahieux, Mariano Sigillo; prodotto da: Nanni Moretti, Barbagallo; produzione: Sacher Film; distribuzionei: Sacher Film; durata: 82'

 

Da alcuni anni c’è un uso intelligente e alle volte furbo della musica leggera nel cinema italiano: Vasco Rossi in Non ti muovere e in Le chiavi di casa di Amelio, Mia Martini nell’ultimo film di Muccino, Cocktail d’amore in Ozpetek, se non addirittura i due casi in cui il titolo della canzone coincide con quello del film come nell’Ultimo bacio o in questo primo lungometraggio di Velia Santella, dove nel finale, Margherita, il personaggio interpretato da Stefania Sandrelli dedica la canzone di Endrigo (rilanciata dai Fleurs di Battiato) alla figlia. Mentre uno dei migliori jazzisti italiani, Paolo Fresu, cura la colonna sonora.
Tralasciamo il discorso sui cantanti che si improvvisano registi, perché ci porterebbe troppo lontano…

In Te lo leggo negli occhi l’elemento della voce e della sua mancanza viene usato dalle sceneggiatrici Santella e Heidrun Schleef per simboleggiare la difficoltà della comunicazione tra madre e figlia e tra coniugi maturi.
La voce di Margherita, cantante che rischia di rimanere afona, dopo un’operazione, i disturbi di linguaggio curati a Roma dalla figlia Chiara (Teresa Saponangelo), logopedista, le difficoltà respiratorie della nipote Lucia che la nonna considera psicosomatici sono spie di un ritratto di famiglia italiana oppressa dalle incomprensioni.
“Incomunicabilità”, la parola richiama subito il cinema di Antonioni, peccato che della lezione del regista ferrarese, la Santella come la Di Maio e l’ultimo Martone prendano il peggio: dialoghi e personaggi poco probabili, e trascurino il bellissimo lavoro sulle immagini e sui colori fatto dal maestro assieme ai suoi direttori della fotografia nell’epoca d’oro del cinema italiano: Di Palma, Di Venanzo, Contini.

Presentato nella sezione veneziana Orizzonti, il film della regista napoletana, che ha alle spalle un Diario Sacher e una solida gavetta come assistente a Lucchetti, Martone e Corsicato e segreteria di edizione per Soldini e Moretti, aveva su di sé i riflettori grazie all’accompagnamento del produttore Moretti (presente nel film in un cammeo), che non gira ormai da tre anni e che ironizza su “quando faceva film”, promettendone uno nuovo per il 2006.
Regista e produttore hanno trovato ad accoglierli parecchi fischi nella proiezione per la stampa e qualche fischio a condire un tiepido applauso anche a Torino in una serata organizzata dal Museo del cinema.
Moretti sin dal primo film prodotto ha rivendicato un interesse per un cinema lontano dal suo; qui però l’autrice napoletana non sembra essersi staccata sufficientemente dal magistero del produttore e dalla materia autobiografica narrata. È un’opera dove l’aspetto visivo è davvero modesto. Se Moretti, forse indispettito dai fischi, fa bene ad attaccare la rozzezza dei critici che privilegiano le tematiche all’analisi del film, viene però spontaneo domandarsi come faccia a non rendersi conto degli enormi limiti di questa pellicola sia dal punto di vista visivo sia da quello narrativo.
Il soggetto sarebbe potuto piacere anche a quei quotidianisti che ormai dai festival ci raccontano solo le trame e i divi: una storia al femminile, tre donne e tre generazioni, nonna, figlia e nipote. Un rapporto madre figlia al quadrato.
La Sandrelli è una cantante in crisi che vaga in cerca d’amore extraconiugale, disprezza i medici e teorizza di malattia ed energie vitali New Age con la nipotina e con la Spaak nel ruolo di se stessa in televisione. È una madre scomoda per la Saponangelo, rigorosa, tutta nervi e “vocazione alla tragedia”, come la rimprovera il padre.
Se la Sandrelli sfiora più volte l’autocaricatura e dozzine di ruoli paratelevisivi di “bella fuori tempo massimo” che ne stanno davvero usurando lo charme, appare un po’ più convincente l’interpretazione della Saponangelo in un ruolo di minore importanza e la inchioda a un sottovoce da cui riesce a liberarsi solo nelle scene in dialetto. Brava, sebbene raggelata dalla regista, l’interprete bambina, che verrà presa dalla nonna in una strampalata fuga che metterà in agitazione la figlia e porterà a smascherare la tresca extraconiugale sempre ignorata dal marito remissivo.
Sullo sfondo, si fa per dire, visto che la macchina da presa filma quasi sempre in primo piano o in campi ravvicinati (dando un inevitabile taglio televisivo all’opera) ci sono personaggi di contorno piuttosto scialbi. Ernesto Mahieux, ottimo interprete nell’Imbalsamatore, è qui condannato a un’interpretazione macchiettistica di agente della Sandrelli, così come la cifra napoletana del film, che si svolge sull’asse Roma-Napoli senza che il paesaggio abbia mai un ruolo attivo nella vicenda (seguendo in questo certo cinema del primo Moretti che cercava location irriconoscibili a Roma.) La napoletanità appare un po’ scontata, con le battute sdrammatizzanti e i luoghi comuni del teatrino di burattini e il corteo di protesta in piazza.
È assolutamente lecito che Moretti produttore privilegi un cinema più attento alle storie da raccontare che alle atmosfere e alla ricerca visiva, lo testimoniano molti dei film Sacher: dal Portaborse di Lucchetti a La seconda volta di Calopresti, oltre ad alcuni di quelli visti nella sua bella sala di Roma inaugurata nel 1991 con Riff Raff di Loach, ma stavolta anche dialoghi e montaggio concorrono a rendere davvero poco coinvolgente e interessante il film.

Dagli iniziali tempi distesi dell’incipit, come l’iniziale piano sequenza nell’ospedale, dove incontriamo la malata circondata da molti dei personaggi del film, si passa a una frantumazione e a un accumulo di storie e volti che non bucano lo schermo e che non trovano una regia che sappia tirare le fila. Come la storia del bimbo atteso dall’ex della Saponangelo, di cui dopo tanta attenzione riservatagli nella prima parte del film, la sceneggiatura perde le tracce.
Moretti cita Short Cuts parlando a proposito di un cinema che cresce con il passare del tempo nell’animo dello spettatore, ma che siderale distanza da questo cinema stentato!

Giovanni Petitti, 19/09/2004