Ticket to Jerusalem

(Olanda, Palestina, Francia 2001)

 

Regia, soggetto e sceneggiatura: Rashid Masharawi; fotografia: Baudoin Koenig; montaggio: Jan Hendricks, Néstor Sanz; musiche originali: Samir Jubran; scenografia: AlaAbu Ghoush, Barbara Wijnveld; suono: Hanna Abu Sada; prodotto da: Rashid Masharawi, Peter van Vogelpoel; produzione: Argus Film Produktie, Cinema Production Center, Silkroad Production; distribuzione: Istituto Luce; durata: 85'

 

La storia di un proiezionista per vocazione che, avventato quanto il babbo natale di Intervento divino, porta il cinema dove la televisione saccheggia il dolore. Duffy Duck proiettato per gli scolaretti dei territori; le immagini del massacro di Sabra e Chatila in un cortile occupato di Gerusalemme Est. Un film on the road attraverso la tormentata geografia politica della Palestina e un film di interni familiari altrettanto instabili. Il sogno degli spazi sterminati del Canada e di una piccola patria. Il prezzo della testimonianza, in biblici legumi e metri di pellicola. La sindrome del tradimento e la fratellanza nella sventura come collanti-solventi di un’identità nazionale in sospeso.
Privo di estro figurativo, Ticket to Jerusalem si situa agli antipodi stilistici dell’acclamato Intervento divino, per il quale è stato speso con incoscienza il nome di Chaplin. A entrambe le pellicole va invero riconosciuto il coraggio di rappresentare la Palestina come istituzione totalizzante. Stanno nascendo tante cinematografie palestinesi quanti sono i cantoni di quel non-stato? Sarà cinema carcerario, della condanna definitiva a una soluzione provvisoria? Tra vent’anni un Tornatore di Galilea racconterà di questo o altro proiezionista profondendo molesta nostalgia per lubrici lacerti di pellicola e finanche per i colpi d’obice? Fino a qual grado possono resistenza, neorealismo e masochismo combinarsi negli uomini e nelle opere d’arte? Applaudito al festival di Taormina e tuttavia sin qui relegato nel limbo della distribuzione occasionale, Ticket to Jerusalem registra con applicazione e qualche tocco di levantino mestiere le difficoltà di una fitness etnico-esistenziale estrema. Spira a tratti odore di Winterbottom, né di cedro né di cumino, di film in forma di articolo giornalistico e appello. Forse il sogno, lucido e insonne, di un’arte oggettiva, sopravvissuto alla caduta di Atene, al declino delle teologie, alle creative disillusioni dei primi fotografi, ai furori di Nietzsche, alla messa in crisi dell’oggettività stessa da parte delle technè novecentesche, e da ultimo all’inflazione mediatica della realtà, si nutre dei fallimenti della razionalità politica, ne è la riparatoria mimesi. Per un fortuito gioco di specchi una scolaresca ha assistito alla presentazione romana del film, sopportando i sottotitoli inglesi e le spiegazioni in dialetto degli insegnanti.

Alessandro Carlini, 28/11/2002