Twentynine Palms

(Francia, Germania 2003)

 

Regia e sceneggiatura: Bruno Dumont; fotografia: Georges Lechaptois; montaggio: Dominique Petrot; costumi: Yasmine Abraham; suono: Philippe Lecoeu; interpreti: Katia Golubeva (Katia), David Wissak (David); prodotto da: Rachid Bouchareb, Jean Bréhat; produzione: 3B Productions, The 7th Floor, Thoke Moebius Film Company; durata: 119'

 

Alla fine, come vuole una tradizione ormai pluridecennale, la Mostra ha avuto il suo scandalo con puntualità cronometrica: protagonista e vittima allo stesso tempo Bruno Dumont con Twentynine Palms, un film a tratti sgradevole, nonché prodigo nel coniugare il binomio sesso/violenza con disinvoltura, ma che allo stesso tempo, almeno a chi scrive, sembra sia stato liquidato con fretta eccessiva e un senso di fastidio che desta più di un sospetto. È vero che una sorta di ricatto (esegetico prima ancora che morale) sottende la visione del film: persino la categoria dell’“interessante” (gettonatissima durante i festival), sicuro approdo per ogni incertezza critica e spettatoriale, pare poco adatta a incasellare il film-scandalo in oggetto all’interno di una tipologia certa. Al termine della visione si giunge, così, con un senso di vuoto abissale che la truculenza di alcune delle scene finali rende forse ancora più insopportabile.
Del resto Dumont ha affermato più volte di “non credere più molto alla parola, alla filosofia, all’intelligenza in generale”, e la laconicità di questa sua ultima opera sta a testimoniarlo pienamente, a rendere ancora più chiaro il suo rifiuto di qualsiasi forma di drammaturgia, già ampiamente dimostrato attraverso le sue opere precedenti. Ad avallare l’odio viscerale verso la pellicola (o, magari, l’amore) sono le dichiarazioni dello stesso regista che invita il pubblico a guardare Twentynine Palms allo stesso modo in cui è stato girato, ovvero “con il ventre e non con la testa”. Gli spettatori veneziani sembrano aver seguito le indicazioni del regista, viste le reazioni immediate (viscerali e, paradossalmente, al tempo stesso epidermiche) riscontrate durante e subito dopo la proiezione: abbandono in massa della sala, risate (chissà perché?) durante le scene di sesso tra i due protagonisti, bordate di fischi all’indirizzo dell’autore. È pur vero che allo spettatore resta ben poco al termine della proiezione su cui riflettere: Twentynine Palms è un film dal plot sfuggente (chi sono Katia e David, i due protagonisti? quale motivo reale li porta nel deserto della California?) se non addirittura inesistente, con i tempi dilatati a dismisura anche grazie all’ambientazione desertica e dei dialoghi apparentemente insensati, ma che, allo stesso tempo diviene incredibile, paradossale e irritante grazie a un finale a dir poco sopra le righe, forse l’unico possibile tra tutti quelli ipotizzabili.
Tuttavia, la pellicola è allo stesso tempo ipnotica, costellata da una serie di immagini assolutamente magiche, connotata da una maniera di girare assolutamente magistrale (si veda la sequenza della piscina: un vero e proprio pezzo da antologia): non ci riferiamo soltanto alle sequenze girate nel deserto con i Joshua Tree, sorta di escrescenze minerali, metafore forse del vuoto e dell’aridità su cui nasce e germoglia l’amore tra i due protagonisti che, quindi, si presenta allo stesso tempo come “miracoloso” e maledetto, ma anche ai paesaggi urbani (assolati e desolati forse più dello stesso deserto) di un’America geograficamente liminare, quella dei motel ai margini del vuoto, tante volte luoghi deputati delle fughe cinematografiche di dropout e gangster, ora scenario dell’ambiguo rapporto tra Katia e David.
Per rimuovere dal campo ogni psicologismo residuo che possa in qualche modo ancorare la vicenda narrata a un substrato drammaturgico, Dumont si concentra su una serie di situazioni marginali, di eventi apparentemente insignificanti, piccoli indizi che, se al termine della proiezione non trovano una collocazione certa nell’economia del racconto, sicuramente contribuiscono a creare un’atmosfera misteriosa e ambigua attorno agli eventi, a dispetto della loro scabra evidenza. I due protagonisti, così, si trasformano in metafore pressoché assolute della coppia, della sua fragilità, delle forze, potenti e terribili a un tempo che la fanno vivere o, meglio, sopravvivere. La forza del film sta infatti proprio nella sua capacità di sviluppare in ogni inquadratura, in ogni sequenza, una tensione che allude segretamente a qualcosa di tremendo per la coppia che, e qui ci pare stia l’abilità di Dumont, si sviluppa letteralmente dal nulla: la violenza assurda con cui si conclude il film è, per l’appunto, senza spiegazione, senza logica, almeno secondo i canoni di uno sviluppo narrativo tradizionale, dato che arriva inaspettata, dall’esterno, e non, come sarebbe stato facile supporre, dal suo interno.
Nel numero di settembre Positif recensisce Twentynine Palms come uno dei film più interessanti presentati a Venezia e dedica all’autore una lunga intervista nella quale Dumont smentisce (peraltro, mi pare, riuscendoci) qualsiasi volontà di fare scandalo, una sincera vena di amoralità, una visione del cinema come momento di regressione totale dalla quale la morale è, per principio, esclusa. Probabilmente questo suo terzo lungometraggio, girato quasi per caso, in attesa di mettere mano a un progetto di film fantastico “pieno di effetti speciali” dal titolo The End, non è il capolavoro che tutti si aspettavano dopo il folgorante esordio di L’età inquieta e il premio a Cannes per la regia di L’Humanité: probabilmente l’aspettativa creata attorno all’autore da questi due precedenti deve aver pesato non poco sulle reazioni a caldo a questo suo film. Non ci spingeremo fino al punto di affermare, come ha fatto Francesco Casetti, che Twentynine Palms è il ritratto più lucido della società americana all’indomani dell’11 settembre (anche se è vero che Twentynine Palms è la località dove sorge la più importante base di addestramento dei marines, che nel film ci sono un paio di allusioni a questo fatto e che la personificazione del male nella penultima sequenza è un omaccione col cranio rasato che pare appena uscito dalla barberia di una caserma): ciò che è certo è che spesso ai festival opere davvero mediocri riscuotono, incomprensibilmente, consensi e applausi. Dumont e il suo film, del quale tutto si può dire tranne che sia mediocre, ha mietuto onestamente la sua dose di fischi e insulti.

Fabrizio Colamartino, 11/09/2003