Sul doppiaggio
Le possibilità dell’arte di combinare non sono infinite,
ma sogliono essere spaventose. I greci generarono la chimera, mostro con testa
di leone, con testa di drago, con testa di capra; i teologi del secondo secolo,
la Trinità, in cui inestricabilmente si articolano il Padre, il Figlio e lo
Spirito; gli zoologi cinesi, il ti-yang, uccello soprannaturale e vermiglio,
provvisto di sei zampe e quattro ali, ma senza volto né occhi; i geometri del
diciannovesimo secolo, l’ipercubo, figura a quattro dimensioni, che racchiude
un numero infinito di cubi ed è limitata da otto cubi e ventiquattro quadrati.
Hollywood ha appena arricchito questo vano museo teratologico:
per opera di un maligno artificio che si chiama doppiaggio, propone mostri che
combinano le illustri fattezze di Greta Garbo con la voce di Aldonza
Lorenzo. Come non pubblicare la nostra ammirazione innanzi a questo prodigio
penoso, a queste industriose anomalie fonetico-visuali?
Coloro che difendono il doppiaggio, ragioneranno (forse) che
le obiezioni che gli possono essere opposte anche a qualunque altro esempio di
traduzione. Questa argomentazione disconosce, o elude, il difetto principale: l’arbitraria
inserzione di un’altra voce e di un’altra lingua. La voce della Hepburn
o della Garbo non è contingente; è, per il mondo, uno degli attributi
che la definiscono. Occorre inoltre ricordare che la mimica dell’inglese non
è quella dello spagnolo.[…]
Sento dire che il doppiaggio è piacevole, o tollerabile, per
coloro che non sanno l’inglese. La mia conoscenza dell’inglese è meno
perfetta della mia sconoscenza del russo; e tuttavia, non mi rassegnerei a
rivedere Alexander Nevskij in una lingua diversa da quella in cui lo vidi
per la prima volta e lo vedrei con fervore, per la nona o la decima volta, se
dessero la versione originale, o una che io credessi l’originale. Quest’ultimo
punto è importante; peggiore del doppiaggio, è la conoscenza generale di una
sostituzione, di un inganno. […]
(Sur, n. 128, giugno 1945)