Charles Bukowski, Hollywood, Hollywood!

 

Questi brani sono tratti dal romanzo Hollywood, Hollywood! di Charles Bukowski, sorta di diario di lavorazione - dalla produzione alla realizzazione – del film Barfly – Moscone da bar, diretto da Barbet Schroeder nel 1987 e interpretato superbamente da Mickey Rourke e Faye Dunaway, film scritto dallo stesso Bukowski che racconta delle sue notti alcoliche in gioventù. Il film, escluso Storie di ordinaria follia di Marco Ferreri, è a oggi il solo tratto dal grande autore tedesco naturalizzato americano.

Gaetano Gentile, 16/06/2005

 

Cinema e ippodromo

Il telefono suonava tutti i giorni. Gente che voleva intervistare lo scrittore. Non mi ero mai reso conto che ci fossero così tante riviste di cinema o interessate al cinema. Era una malattia: questo grande interesse in un medium che senza tregua e organicamente falliva, volta dopo volta dopo volta, di produrre delle cose. La gente era così abituata a vedere film di merda che non si rendeva più conto che era merda.
L’ippodromo era un altro spreco di vita e di sforzi umani. La gente andava agli sportelli e scambiava i suoi soldi con pezzetti di carta numerati. Quasi tutti i numeri erano sbagliati. E in più da ogni dollaro l’ippodromo e lo stato toglievano il 18%, che dividevano più o meno alla pari. I più fessi di tutti andavano al cinema o alle corse. Io ero un fesso che andava all’ippodromo.

 

Sugli attori

Decisi semplicemente che gli attori erano diversi da noi. Avevano le loro ragioni. Infatti, quando si passano molte ore, molti anni, a fingere di essere una persona diversa da quella che si è, ecco, può succedere qualcosa. È già abbastanza difficile cercare di essere se stessi. Provate a pensare come dev’essere sforzarsi di essere qualcuno che non si è. E poi di essere un altro che non si è. E poi un altro ancora. All’inizio, magari, è emozionante. Ma forse dopo un po’, dopo essere stato decine e decine di altre persone, è difficile ricordare chi si è davvero, specialmente se le proprie battute bisogna inventarsele.

 

Sui critici

In un cero senso, mi pareva di non aver ancora scritto la sceneggiatura. E non è ancora scritta, direbbe qualche critico, finché si abbraccia il bruto e l’ovvio di quel che si è scritto. Ma che differenza c’è tra un critico cinematografico e lo spettatore medio? Risposta: il critico non paga il biglietto.
Diavolo, per anni mi avevano attaccato di continuo ma avevo scoperto che in qualche modo questo mi rinvigoriva. Avevo sempre pensato che i miei critici fossero solo delle teste di cazzo. Se il mondo durerà fino al prossimo secolo io ci sarò ancora e i vecchi critici saranno morti e dimenticati, solo per venir sostituiti da altri critici, da altre teste di cazzo.

 

Godard

E poi c’era Jon-Luc Modart, che se ne stava immobile, senza dir niente. Dava l’impressione di posare, di fare il genio. Era piccolo, scuro, con l’aria di uno che si era fatto la barba male con un rasoio da quattro soldi. […] Poi avvicinammo le sedie e cominciammo a bere. E Jon-Luc cominciò a parlare. Parlava e parlava, guardando solo me. In un primo momento mi senti lusingato, dopo un po’ meno. Jon-Luc non la smetteva di parlare. Era cupo e recitava la parte del genio. E forse un genio lo era. Non avevo voglia di prendermela. Ma per tutta la scuola mi avevano buttato addosso il genio: Shakespeare, Tolstoj, G. B. Shaw, Cechov, tutti quegli intronati. E, peggio ancora, Mark Twain, Hawthorne, le sorelle Bronte, Dreiser, Sinclair Lewis, te li stendevano addosso come una lastra di cemento, e tu che avevi voglia e di scappare, erano come dei genitori pesanti e stupidi che insistevano a parlare di regole, tanto da far piangere anche i morti.
Jon-Luc continuava a parlare. È tutto quello che ricordo.