Italo
Calvino, Lezioni americane – Sei proposte per il prossimo millennio
Lezioni americane –
Sei proposte per il prossimo millennio
(Garzanti, 1988) è l’ultimo libro (postumo) di Italo Calvino. Si compone
di cinque testi per un ciclo di conferenze che lo scrittore avrebbe dovuto
tenere all’Università di Harvard, Cambridge, nel Massachusetts, nell’anno
accademico 1985-1986, le prestigiose Charles Eliot Norton Poetry Lectures,
attive dal 1926 e per la prima volta affidate a uno scrittore italiano. Dal
capitolo Visibilità estrapoliamo questo breve, intenso passo legato ai
processi immaginativi. Si provi ad applicare le suggestioni calviniane alla
critica cinematografica (scrivere dopo un film che è frutto di almeno due
passaggi immaginifici dall’idea allo script e poi al “Si gira!”, quasi un
percorso a ritroso, non considerando l’eventuale trasposizione del romanzo al
cinema, che passa per il monstrum della sceneggiatura struttura che
vuole diventare altra struttura), oppure a come il film presenti scene dove
si legge o si scrive, cercando di sviscerare questo semplice e complesso gesto,
o quando si inquadrano come suggestione dorsali di libri con titoli/simbolo,
come nella biblioteca del colonnello Kurtz in Apocalypse Now di
F. F. Coppola, che in questo caso rimandano alla sceneggiatura del film. E
si pensi anche a quanti romanzi parlino, en passant, di cinema (si veda
il bel libro di Paolo Taggi, Storie che guardano – Andare al cinema
tra le pagine dei romanzi (Editori Riuniti, 2000). Insomma, una continua
osmosi che Calvino ci aiuta a razionalizzare, ricordandoci che l’immaginazione è
nata prima del cinema.
E l’overdose di immagini contemporanea rischia di annichilirla.
Gaetano Gentile, 01/11/2006
Possiamo
distinguere due tipi di processi immaginativi: quello che parte dalla parola e
arriva all’immaginazione visiva e quello che parte dall’immagine visiva e arriva
all’espressione verbale. Il primo processo è quello che avviene normalmente
nella lettura: leggiamo ad esempio una scena di romanzo o il reportage d’un
avvenimento sul giornale, e a seconda della maggiore o minore efficacia del
testo siamo portati a vedere la scena come se si svolgesse davanti ai nostri
occhi, o almeno frammenti e dettagli della scena che affiorano dall’indistinto.
Nel cinema l’immagine che vediamo sullo schermo era passata anch’essa attraverso
un testo scritto, poi era stata “vista” mentalmente dal regista, poi ricostruita
nella sua fisicità sul set, per essere definitivamente fissata nei fotogrammi
del film. Un film è dunque il risultato d’una successione di fasi, immateriali e
materiali, in cui le immagini prendono forma; in questo processo il “cinema
mentale” dell’immaginazione ha una funzione non meno importante di quella delle
fasi di realizzazione effettiva delle sequenze come verranno registrate dalla
camera e poi montate in moviola. Questo “cinema mentale” è sempre in
funzione in tutti noi, - e lo è sempre stato, anche prima dell’invenzione del
cinema – e non cessa mai di proiettare immagini nella nostra vita interiore.