Jonathan
Carroll, I bambini di Pinsleepe
Con un cognome del genere ci si aspetterebbe uno scrittore dalla creatività così feconda da riflettere l’immagine di un coniglio bianco (in un mondo non sense) attraverso lo specchio. Piano con i paragoni, certo, eppure la fantasia partorita dalla mente di questo talento americano, dal background europeo, ha punti in comune con il celebre Charles Lutwidge Dodgson, meglio conosciuto come Lewis Carroll. Gli animali ad esempio mettono spesso i panni dell’aiutante secondo lo schema di Vladimir Propp (si pensi alla frequente comparsa di cani stregat(t)i). I personaggi attraversano universi paralleli, si trovano ad affrontare situazioni impossibili alla ricerca della felicità. L’umanità, sconvolta da paure e incomprensioni, interagisce con entità superiori quasi a voler seguire una flebile luce, per valicare un tunnel oscuro su di un pianeta tanto affascinante quanto proibito. Giochi di parole e combinazioni surrealiste, a cominciare da Il mare di legno, Zuppa di vetro e Tu e un quarto i quali non possono non far pensare alle analogie con il genio matematico e astruso dell’istitutore inglese. Avventure al confine con i generi fantasy e fantascienza, per alieni e creature da magico realismo, trascinano il lettore in una serie di peripezie assai buffe o inquietanti. Si sbarrano gli occhi quando si incappa nel misterioso carrolliano preso in una narrazione cinematografica. Caratteristica che non deve sorprendere considerato il passato del padre sceneggiatore Sydney (nomination per Lo spaccone di Robert Rossen). I bambini di Pinsleepe delinea i diversi destini di due vecchi compagni di scuola alle prese con il cinema, gli angeli, una videocassetta per comunicare con anime morte e il trionfo di una crudeltà dai risvolti apocalittici. Un novella visionaria per parlare di creazione e amore, ma anche devastazione e morte.
Ilario Pieri, 20/02/2007
Phil e io avevamo passato gran parte della nostra vita a scrivere copioni e così di fronte a quella notizia l’unico mio pensiero fu cercare di immaginarmi la scena e le ultime battute che il protagonista, Philip Strayhron, avesse pronunciato. Provai un senso di vergogna quando mi resi conto di come stavo ragionando, ma se Phil l’avesse saputo ne avrebbe riso. I vent’anni trascorsi a lottare perché potessimo vedere i nostri nomi proiettati sul magico schermo delle sale cinematografiche ci avevano fatto perdere un po’ il contatto con la vita.
[…]
Ma l’arte non dovrebbe innalzare la vita
a un livello superiore?
Dall’esperienza con il gruppo ho capito che l’arte al massimo è in grado di
riportare la vita a un presente onnicomprensivo. Ci obbliga a dimenticare il
tempo, la morte e qualsiasi altra cosa consentendoci di vivere soltanto nel
presente. Questa è la ragione per cui gli attori riescono ad essere così
entusiasti di quello che fanno.