Ha mille voci l’America di Don DeLillo: smania di raggiungere il futuro con personaggi da teatro dell’assurdo, è spesso sul punto di esplodere a causa di catastrofi nucleari, brilla come l’argento vivo quando lo scrittore, con poche pennellate, delinea luoghi e contesti sociali, sempre immersi in una sorta di parabola da fine del mondo, teme la morte, e crede nella vita eterna quale sintomo di invulnerabilità. L’impressione che si ha quando si sfoglia un testo di questo instancabile ritrattista moderno (meglio postmoderno, come è stato definito) è di trovarsi in un paese sconosciuto, misterioso, lontano, eppure pieno di contraddizioni e paradossi alla stregua dell’America d’oggi. Lo stile vivace, pungente, a tratti brioso, con punte da commedia sopra le righe e, al contempo, da tragedia sul più cupo e profetico pessimismo, con il pianeta Terra costantemente sotto assedio, fa pensare a quanto di meglio la tradizione della narrativa contemporanea abbia potuto offrire, tra rimandi al passato, giochi di prestigio verbali e sperimentalismi al limite della comprensione. Annoverato come uno dei punti cardine della nuova generazione di narratori del calibro di Paul Auster e Thomas Pynchon, DeLillo vola alto quando riesce a scolpire, con materiali grezzi, le paure di un Occidente stritolato dalla morsa delle nevrosi e del tempo che corre in fretta. Un viaggio fra orizzonti perduti e sentieri selvaggi per una Babele multiculturale che nasce e prende forma nei quartieri malfamati del Bronx. A tal proposito sarebbe opportuno citare uno dei titoli più importanti dell’autore: Underworld. Volume assai denso come il lasso di tempo che separa gli States anni Trenta da quelli di oggi, attraverso la scia lasciata da una pallina da baseball. Battute, urla e suoni si rincorrono a vicenda in un ciclone di situazioni dal taglio cinematografico. Americana e Running Dog la dicono lunga a riguardo, ma anche l’odissea vissuta dal miliardario Eric di Cosmopolis, ennesimo on the road metafisico, con protagonista un uomo sull’orlo di una crisi di nervi a causa di un possibile sfacelo economico finanziario e di una taglia in testa mentre sta per raggiungere il suo barbiere di fiducia, rende omaggio alla settima arte con un helzapoppin di stampo techno-pop.
Ilario Pieri, 15/01/2007
C’era gente che si incrociava lungo le strade, chiamandosi a gran voce o parlando dentro ricetrasmittenti, e camionisti che scaricavano attrezzature da lunghi tir parcheggiati su entrambi i lati della avenue. C’erano roulotte ferme alla stazione di servizio sull’altro lato della strada. L’uomo sul furgone davanti a loro abbassò la fiancata ribaltabile per distribuire i pasti, e fu soltanto allora che Eric vide il pesante carrello su cui era fissata la giraffa mobile avanzare lentamente per mettersi in posizione. Nel punto più alto del carrello era collocata una piattaforma che sosteneva una telecamera e un paio di uomini seduti. Il dolly non era l’unica cosa che gli era sfuggita. Quando scese dall’auto e si spostò da un punto non ostruito dal furgone ristorante, vide gli elementi della scena in preparazione. C’erano trecento persone nude sdraiate in mezzo alla strada. Occupavano tutto l’incrocio, disposte a casaccio, alcuni corpi sovrapposti, altri lunghi e distesi, appiattiti fetali e tra loro anche bambini. Nessuno si muoveva, nessuno aveva gli occhi aperti. Era uno spettacolo, una città di carne tramortita, la nudità, le luci abbaglianti, tutti quei corpi indifesi e poco plausibili di un luogo di ordinario transito umano. Naturalmente c’era un contesto. Qualcuno stava girando un film. Ma quella era solo una cornice di riferimento. I corpi erano crude realtà, nudi sulla strada. Il loro potere apparteneva soltanto a loro, era indipendente da qualsiasi circostanza appagasse l’evento. Ma era un potere strano, pensò Eric, perché in quella scena c’era qualcosa di timido ed esangue, di leggermente distaccato. Una donna tossì con uno scatto della testa e un sussulto del ginocchio. Eric non si chiese se dovessero sembrare morti o soltanto privi di sensi. Li trovava tristi e coraggiosi allo stesso tempo, e più nudi quanto fossero mai stati in vita loro.