Philip K. Dick,
Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza

 

Questa recensione preventiva di Dick è tratta da “Artefici  (e Distruttori) di universi”, mini saggio pubblicato nel 1981 su SelectTV Guide, che compensò l’autore “in natura”: un anno di televisione via cavo. Assieme ad altri scritti profetici, teoretici e autobiografici, a interviste e inediti,Artefici” confluisce in The Shifting Realities of Philip K. Dick (1995), postumo. Prima edizione italiana Mutazioni. Scritti inediti filosofici, autobiografici e letterari (Feltrinelli 1997), scorporata nella economica Feltrinelli in tre distinti volumi: Se vi pare che questo mondo sia brutto (1999); Joe Protagoras è vivo (2000); Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza (2001), al cui testo abbiamo attinto.

Alessandro Carlini, 15/10/2004

 

Ci vogliono dei megadollari per realizzare le invenzioni che stanno alla base dei film di SF, e questi soldi ci sono perché c’è il profitto in vista. Non per la trama del racconto: a Hollywood questa roba non interessa più, ora che Hitchcock ci  ha lasciati. Che bisogno c’è di una trama se gli esperti di effetti speciali possono simulare qualsiasi cosa? L’impatto visivo, grafico, ha rimpiazzato la narrazione. Gli autori di romanzi di SF lo sanno e se ne lamentano: il film una volta terminato, non ha più molto a che fare con quello che avevano scritto. Dovrebbe essere il contrario. La storia non ci viene narrata e ci limitiamo a vederla.
Ridley Scott,
che ha diretto Alien e ora ha intenzione di realizzare un film da quindici milioni di dollari tratto dal mio romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep?, ha confessato, in un’intervista concessa alla rivista Omni di aver “trovato il romanzo di difficile lettura” malgrado sia apparso in un’edizione economica a diffusione di massa. All’opposto io sono riuscito a leggere la sceneggiatura piuttosto agevolmente (sarà intitolato Blade Runner). È stato terribile. Non ha assolutamente nulla a che vedere con il libro. Paradossalmente, in un certo senso, è meglio così. (È stato bruttissimo trovarmi tra le mani la sceneggiatura. Nessuno tra i promotori del progetto Blade Runner mi ha mai cercato. Ma va bene così. Io non ho mai cercato loro). Il mio film diverrà una livida, gigantesca accozzaglia di androidi in scadenza che uccidono gli umani, nel mezzo di un caos mortale - il tutto estremamente emozionante da vedere. Al confronto il mio libro risulta noioso.

 

 

Philip K. Dick,
Appunti su Do Androids Dream of Electric Sheep?

 

L’influenza dickiana sul cinema meriterebbe un discorso molto più ampio. Qui ci limiteremo a riportare un suo intervento su Blade Runner, film che lo scrittore non ebbe modo di vedere completo e su cui intervenne più volte, anche per contestare il primo script, poi rimaneggiato da David Peoples con il suo placet ma senza una sua attiva partecipazione, tanto che la lucrosa rielaborazione narrativa è firmata da Les Martin. Il parere finale può essere considerato l’intervista a cura di Gwen Lee e Doris Elaine Sauter, registrata nel 1981, pubblicata in Rapporto di minoranza e altri racconti (Fanucci, Roma 2002), ma parecchi anni prima, siamo nel 1968, Dick scrisse questi “appunti” per Bertrand Berman, regista che aveva ottenuto una prima opzione sul romanzo appena pubblicato, senza che poi il progetto di farne un film si concretizzasse. Gli “appunti” sono stati pubblicati postumi per la prima volta su PKDS Newsletter n. 18, agosto 1988, e poi in John Protagoras è vivo (Feltrinelli, 2000). Per i filologi sfegatati di Blade Runner sono note interessanti…

Gaetano Gentile, 14/11/2006

 

Primo problema: qual è il personaggio dal cui punto di vista è narrata la storia? La scelta è tra il cacciatore di taglie Rick Deckard e Jack Isidore. […] Nel romanzo, Isidore prova un sentimento di tenero affetto nei confronti degli androidi; Deckard, invece, li considera macchine difettose da distruggere. Queste due visioni diverse (e reciprocamente escludentisi), che si sviluppano parallelamente all’interno di una trama binaria, si intrecciano verso la fine del romanzo, quando Isidore è costretto a prendere atto della crudeltà degli androidi, che amputano le zampe del ragno. La concezione di Deckard, dunque, prevale, e a dimostrazione di ciò Isidore rivela al cacciatore di taglie che gli androidi si nascondono all’interno del vecchio edificio in rovina. Poiché la visione di Deckard si dimostra corretta, credo sia meglio adottare il suo punto di vista. […]
Se però scegliamo Deckard come protagonista, ci troviamo di fronte a un altro difficile problema (o, meglio, a un problema da risolvere): l’amore del cacciatore di taglie nei confronti degli animali, che contrasta con la spietatezza mostrata nell’assassinare gli androidi. […] Dobbiamo chiarire al più presto la vera regione per cui Rick manifesta questa tendenza; dobbiamo, cioè, fornire subito una prova della validità della sua posizione, opposta a quella di Isidore. Oppure si può impostare il film su un tema diverso da quello della lotta tra le due concezioni, fornendo soltanto alla fine la dimostrazione del fatto che quella di Deckard è la più corretta tra le due. Nel romanzo, viene detto esplicitamente che gli androidi sono incapaci di provare sentimenti umani, affetto o empatia, ma non si ha modo di rendersene conto, concretamente, prima dell’incontro tra Isidore e Deckard. Forse, questo è un buon modo per affrontare il problema: la contrapposizione tra Isidore e la sua concezione da una parte, e Deckard con il suo punto di vista, dall’altra, in un certo senso è l’aspetto della storia. […]
Il casting è fondamentale. Rick Deckard potrebbe essere interpretato da Gregory Peck (che conferirebbe forza, sensibilità e saggezza al personaggio) […] Isidore potrebbe essere impersonato da Dean Stockwell (che lo renderebbe sensibile e introverso, immerso nel mondo solitario da lui creato) […] Si pensi, per esempio, a quale forte e positivo impulso riceverebbe il film se per interpretare Rachel venisse scelta una donna vibrante e tosta come Grace Slick (per la cui presenza nel film sarei pronto a dare qualsiasi cosa). […]
A mio parere gli aspetti bizzarri, curiosi e inquietanti, nonché tutte le quiddità patafisiche del mondo in cui il film è ambientato, devono essere messe in risalto. Si consideri, per esempio, tutta la questione dei finti animali vivi e dei venditori di animali che hanno sostituito i concessionari di automobili dei giorni nostri. Le stranezze, il lato onirico (come le riprese in time-lapse e in space-lapse del Laureato). È una specie di mondo immaginario… ma fino a un certo punto. E allora che gli androidi cominciano ad essere assassinati, e  quel mondo diviene all’improvviso estremamente reale, tetro e tutt’altro che divertente. […]
Non credo che il film debba aprirsi come il romanzo, con la storia dell’organo degli umori. Invece, si potrebbe cominciare con Jack Isidore che, all’alba, guida il suo camion della Riparazione animali elettrici. Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, bisogna pensare ad un’arma, utilizzata soprattutto dai cacciatori di taglie, che non sia il solito tubo-laser, di quelli che si vedono in Star Trek o nella serie The Invaders. Anche in questo caso ci vorrebbe un po’ di immaginazione, invece del solito cliché. E questo vale anche per il rumore prodotto dall’arma, che dovrebbe, a sua volta, essere nuovo e insolito. Per esempio, il rumore prodotto quando si stappa una bottiglia di champagne.