John Fante, Sogni di Bunker Hill

 

Un buon numero di letterati di grande spessore si sono lasciati corrompere dalle lusinghe danarose della mecca hollywoodiana, sacrificando l’attività letteraria nobile per quella laida della celluloide. Scherzi a parte, la sceneggiatura con la sua ambiguità di fondo, quella struttura che vuole diventare altra struttura di pasoliniana memoria, costituisce un modello letterario di indubbio interesse. Negli anni Trenta, tra le vittime illustri spiccano i nomi altisonanti di Francis Scott Fitzgerald, William Faulkner, Raymond Chandler, Nathanael West, persino Bertold Brecht, che si prestano alla stesura di sceneggiature, diradando l’attività letteraria. Adesso i tempi sono cambiati, e alcuni scrittori o stanno sul set a collaborare con il regista o riescono a girare loro stessi i propri romanzi, come il caso Paul Auster (esempio trash nostrano Alberto Bevilacqua) passando per le forche caudine della sceneggiatura. Altro letterato assorbito dal cinema è John Fante. L’autore di Chiedi alla polvere (Ask the Dust, 1939) ha scritto per Hollywood, tra il 1935 e gli anni Sessanta, più di una dozzina di sceneggiature, e Sogni di Bunker Hill (Dreams from Bunker Hill, 1982), ultimo capitolo della saga di Arturo Bandini e suo ultimo libro, racconta, in un lungo flashback alla Viale del tramonto (che era la storia di un giovane sceneggiatore!), la sua avventura e la sua disillusione nel mondo del cinema. È il suo libro-testamento.

Gaetano Gentile, 07/01/06

 

Cominciai immediatamente a scrivere, ma più scrivevo, meno mi piaceva. Feci un’altra stesura. E un’altra ancora. Poi mi venne un’idea completamente nuova. Una storia diversa. Niente più bovari e pecorai, ma qualcosa di più convenzionale, fatto di frammenti di film che ricordavo dalla fanciullezza. Andava proprio bene. Le pagine si accumulavano. Era divertente. Cominciavo a scaldarmi. In una seduta scrissi venti pagine.
Il giorno dopo avevo ancora molte energie. Altre venti pagine. Quella notte scrissi fino all’una, altre quindici pagine. Mi piaceva moltissimo. Ne ero stupito. Come ero veloce! Che acume! Che dialoghi! Stavo facendo qualcosa di grande. Non potevo fallire. Mi vidi come un eroe; sarei diventato famoso da un giorno all’altro. E mi lasciai andare: su per i canyon e giù per i burroni, scartare di cavalli, fiammeggiare di fucili, indiani che cadevano, sangue nella polvere, grida di donne, case in fiamme, la minaccia del male, il trionfo del bene, la vittoria dell’amore. Bang, bang, bang, un brivido al minuto, la più grande storia western che sia mai stata scritta. Ala fine, intossicato dal caffè, col mal di pancia per le troppe sigarette, gli occhi che mi bruciavano e il mal di schiena, terminai il copione. Orgogliosamente lo infilai in una grande busta e lo spedii a Velda van del Zee. Poi mi rilassai e attesi, sapendo che c’era sì e no una parola che avrebbe potuto cambiare: aveva davanti a sé la perfezione.

[…]

La cosa migliore della mia collaborazione con Velda furono i soldi. Dopo quindici settimane – un assegno di trecento dollari la settimana – lei telefonò. Aveva finito il copione. Me lo avrebbe mandato per raccomandata espresso. Avrebbe dovuto arrivare il giorno dopo. Era molto fiera del suo lavoro. Era certa che mi sarebbe piaciuto: avevamo portato a termine un capolavoro.

[…]

Il giorno dopo mi sedetti sulla veranda della casa di Edginton ad aspettare il postino. A mezzogiorno un furgone della posta si fermò e l’autista mi mise una gran busta tra le mani. Firmai la ricevuta, mi sedetti sulle scale della veranda e aprii il manoscritto.
Sul frontespizio c’era scritto Sin City, sceneggiatura di Velda van der Zee e Arturo Bandini, da un racconto di Harry Browne. Ero a metà della prima pagina, quando i capelli cominciarono a drizzarsi. A metà della seconda pagina fui costretto a mettere da parte il copione e ad affacciarmi alla balaustra della veranda. Il mio respiro era irregolare e avevo misteriosi dolori che mi martellavano le gambe e lo stomaco.

[…]

Eccola lì tutta quella porcheria, da cima a fondo. La mia sceneggiatura senza neanche un rigo di mio dentro, una storia completamente diversa, impossibile per me da ordire. Risi. Era una barzelletta. Qualcuno si stava divertendo. Era impossibile. Entrai in casa e mi sedetti a fumare, accorgendomi a un tratto della pioggia che stava cadendo, il suo suono dolce sul tetto di assicelle, il suo profumo dolce che entrava attraverso la porta di ingresso. Non c’erano dubbi, Edginton aveva ragione. L’unica soluzione era far sì che il mio nome venisse tolto dal titolo.