Ennio Flaiano, “Fogli di diario”,
in
Frasario essenziale - Per passare inosservati in società

 

A commemorazione di Flaiano è stato asserito che usasse appuntare su foglietti i propri aforismi: per poi spenderli in società al momento opportuno. Mini-copioni come suggeritori teatrali di uno sceneggiatore che recita il suo personaggio tra i suoi personaggi, in cerca di bersagli e di riconoscimento. Si legge: Frasario essenziale - Per passare inosservati in società nellintestazione della prima di 170 schede dattiloscritte conservate dal Fondo Flaiano della Biblioteca Cantonale di Lugano. Il breviario (un ironico repertorio di luoghi comuni) confluirà nel 1986 nella silloge omonima di frammenti flaianei: merce ormai rara in quegli anni di omaggio intensivo e sfruttamento commosso. Curata da Vanni Scheiwiller ed Elisabetta Sgarbi, la ricostruzione sarà accolta da Bompiani nell’opera omnia dell’autore (Opere. Scritti postumi, 1988; Opere. 1947-1972, 1990; e anche nei Grandi Tascabili). Ai postumi l’ardua sentenza.
Per la nostra Antologia di scrittori al cinema ricorriamo a una pagina di lucida insofferenza cinefila: proviene dai
Fogli di diario
inclusi nelle edizioni Bompiani del Frasario essenziale; risale al 1967. Il ventuno settembre di quell’anno fu pubblicata, non senza varianti, sul Corriere della Sera. Numerosi i passaggi del testo che hanno antecedenti, altrove nelle composizioni e nelle ricomposizioni dello scrittore pescarese.

Alessandro Carlini, 10/05/2006   

 

Due serate trascorse al cinema, un film di violenza e un altro di sensualità contemporanea. Nella noia, capisco di colpo la verità che è nell’aforisma di McLuhan, il medium è il messaggio. Cioè, è il cinema che andiamo a vedere, non il film; quella realtà generale, non la particolare. Non ci siamo ancora rimessi dalla sorpresa del treno dei fratelli Lumière, ridiamo sempre per L’innaffiatore annaffiato. Sedotti dall’enfasi, dall’iperbole, dalle tautologie che sono alla base del linguaggio cinematografico, e senza le quali ci sembra ormai di non capire la vita.
Enfaticità dell’ingrandimento, assurdo dell’ubiquità (lo spettatore è dappertutto), iperbole estetica (tutto bello, parametrico, desiderabile), tautologia simbolica delle immagini, una rosa è la Rosa, una donna è la Donna, un paesaggio è il Paesaggio. La bellezza delle attrici, delirante marinismo: denti stupendi, occhi profondi, capelli d’oro all’aura sparsi, il crine è un Tago e sono due soli i lumi, sempre! Cara il tuo ventre è di madreperla, le tue gambe di alabastro, ti bacio sui coralli (labbra), mordimi con le tue perle (denti). E poi c’è la violenza, la vile crudeltà dei nostri film, che non supera mai psicologicamente quella dei teppisti che bruciano vivo il gatto.