Aldous Huxley, Il mondo nuovo

 

È noto (almeno a chi si diletta nella lettura della fantascienza sociologica inglese alla Orwell / Burgess / Huxley, che ispira alcuni film americani della prima metà degli anni Settanta) che George Orwell, dopo aver vaticinato ne Il mondo nuovo (Brave New World, 1932) una organizzazione della società dove – e riecheggiano le parole di Pasolini – progresso (tecnologico) non è sinonimo di sviluppo, torna sul suo romanzo con una raccolta di saggi dal titolo Ritorno al mondo nuovo (Brave New World Revisited, 1958) che evidenziano la realizzazione di alcune sue ipotesi sul “progresso” formulate nel romanzo (e attualmente non sorprendenti!!!).
In particolare estrapoliamo una descrizione di un cinema che, con l’attuale sviluppo del 3D, dei vari effetti surround e dell’Aromavision in Giappone, poco si discosta da un futuribile che personalmente vedo (ahimè) compresso nella cella-stanza di ognuna delle nostre case, con il cinema in sala relegato a fenomeno per specialisti.

Gaetano Gentile, 15/02/2006

 

Le luci della sala si spensero, lettere di fuoco si staccarono in rilievo come se si sostenessero da sole nell’oscurità: “Tre settimane in elicottero. Superfilm cantato, parlato sinteticamente, a colori, stereoscopico e odoroso. Con accompagnamento sincronizzato d’organo a profumi”.
« Premete i bottoni di metallo sui braccioli della vostra poltrona » sussurrò Lenina. « Altrimenti non avrete nessun effetto del cinema odoroso ».
Il Selvaggio fece ciò che gli veniva suggerito. Le lettere di fuoco frattanto erano scomparse; ci furono dei secondi di oscurità completa; poi, improvvisamente, abbaglianti e in apparenza incomparabilmente più solidi di quanto avrebbero potuto sembrare se fossero stati veramente in carne ed ossa, molto più reali della realtà, ecco apparvero le immagini stereoscopiche, stretti nelle braccia l’uno dell’altra, d’un negro gigantesco e d’una donna Beta-Plus brachicefala dai capelli d’oro.
Il selvaggio sussultò. Quella sensazione sulle labbra! Alzò una mano verso la bocca; il titillamento cessò; lasciò ricadere la mano sul bottone e quello riprese. L’organo a profumi, intanto, esalava del muschio puro. In un soffio, una supercolomba dal rullo sonoro tubò: “U-uh!”; e, vibrando soltanto trentadue volte in un secondo, una profonda voce di basso più che africana rispose: “Aa-aah”. “Uh-ah!”, le labbra stereoscopiche si congiunsero di nuovo, e di nuovo le zone erogene facciali di seimila spettatori dell’Alahambra fremettero con un piacere galvanico quasi intollerabile. “Uh…”
Il soggetto del film era straordinariamente semplice. Qualche minuto dopo i primi Uh e Ah (un duetto era stato cantato e alcuni atti amorosi su quella famosa pelle d’orso, ogni pelo della quale, l’Aiuto Predestinatore aveva proprio ragione, si lasciava sentire separatamente e distintamente), il negro aveva un accidente di elicottero e precipitava a capofitto. Tumb! Che spasimo attraverso la fronte! Un coro di Ohi e di Hai si alzò dagli spettatori.
Il colpo mandò a carte quarantotto tutto il condizionamento del negro. Gli si sviluppò per la Beta bionda una passione esclusiva e maniaca. Lei protestò, lui insistette. Ci furono lotte, inseguimenti, vie di fatto contro un rivale e infine un ratto sensazionale. La Beta bionda fu rapita in pieno cielo e vi fu trattenuta, volteggiando per tre settimane in un tête a tête ferocemente antisociale col negro impazzito. Finalmente, dopo tutta una serie di avventure e molte acrobazie aeree, tre Alfa giovani e leggiadri riuscirono a liberarla. Il negro fu inviato a un Centro di ricondizionamento per adulti e il film si conchiuse felicemente e convenientemente, con la Beta bionda diventata l’amante di tutti e tre i suoi salvatori. Essi s’interruppero un momento per cantare un quartetto sintetico con grande accompagnamento superorchestrale e gardenie nell’organo a profumi. Poi la pelle d’orso fece un’ultima apparizione e, in un fragore di sassofoni, l’ultimo bacio stereoscopico svanì nelle tenebre, l’ultimo titillamento elettrico si smorzò sulle labbra simile a una falena spirante che palpita, palpita, sempre più debolmente, sempre più impercettibilmente, e infine resta immobile, immobile del tutto.

[…]

« Penso che non si dovrebbero vedere cose simili» disse sforzandosi di passare da Lenina in persona alle circostanze relative al biasimo per una qualsiasi imperfezione trascorsa o possibile nel futuro.   
« Simili a cosa John? ».
« A questo orribile film ».
« Orribile? » Lenina era sinceramente stupita. « Ma io l’ho trovato magnifico! ».