La penna asciutta, senza macchie, di uno scrittore del Sud (si prendano a riferimento i modelli Hemingway o Faulkner) non ha più lasciato traccia come nel caso di Joe R. Lansdale. Un perfetto sconosciuto, amante delle arti marziali e del cinema che, da alcuni anni, è stato riscoperto come tra le stelle più interessanti del panorama narrativo contemporaneo. Racconti e romanzi accompagnano il lettore verso una serie di zone morte, nelle quali si installano un mucchio di personaggi (stolti, rozzi e volgari provenienti dal bifolco Texas) posseduti dai demoni dell’ignoranza e dell’egoismo. Un microcosmo indefinito preso a prestito da quanto possa offrire di meglio la sfera culturale (alta e bassa prossima al fumetto) riveduta e corretta da uno stile dannatamente personale. In questo La notte del drive-in, scandito in due atti, l’autore elabora una teoria del caos-follia prodotta all’interno di un circuito del divertimento, dove affamati patiti di horror movie si danno appuntamento per assistere a una grande nottata “di genere”. Come nell’eclisse straordinaria in Notturno di Isaac Asimov, anche qui un fenomeno cosmico inspiegabile oscura la tetra scenografia che dopo un’introduzione western si appresta a diventare autenticamente grottesca. Un gioco al massacro fra effetto e ricerca verbale per mettere in scena una delle tragicommedie al confine con il teatro dell’assurdo più divertenti e politically uncorrect mai scorte sulle pagine di un libro. Vengono in mente alcune irresistibili sequenze de L’ultimo capodanno dell’umanità o ancora del capolavoro Ti prendo e ti porto via di quello che potrebbe essere definito il nipotino italiano di Lansdale: il cannibale romano Niccolò Ammaniti. Un affresco in salsa splatterpunk per spogliare l’umanità del suo finto moralismo, dell’etica e del reale significato della parola “normalità”; un attacco mirato contro l’intolleranza, la stupidità e il menefreghismo dell’individuo all’alba del nuovo secolo. Una macchina perfetta al confine con il cinema (deliranti sette, fondali mutanti, creature popcorn) in cui tutto è possibile, come venire risucchiati dallo schermo e vivere dentro a un film.
Ilario Pieri, 15/03/2006
dissolvenza/prologo
Scrivo dei giorni prima che le cose
impazzissero, quando c’era da dire addio alle superiori, pensare all’università,
alle ragazze, ai party, e alla Grande Nottata Horror del venerdì al drive-in
Orbit, quello a fianco dell’Interstatale 45, il più grande drive-in del Texas.
Del mondo intero, a dire il vero, anche se dubito esistano molti drive-in, per
esempio in Jugoslavia.
Pensateci un momento. Ripulite la mente da tutto il resto e vedete se riuscite a
immaginare un drive-in tanto grande da poter contenere quattromila automobili.
Voglio dire, pensateci sul serio.
Quattromila.
Viaggiando verso l’Orbit, ci capitava spesso di attraversare cittadine con un
numero di abitanti inferiore a quattromila scritto sul cartello segnaletico.
E considerare che ognuna di quelle automobili conteneva almeno in genere due
persone, spesso di più (senza contare quelle nascoste nei bagagliai), e starete
pensando a un sacco di automobili e persone.
E una volta all’interno, riuscite a immaginare sei mostruosi schermi da
drive-in, alti sei piani, con sei pellicole diverse proiettate
contemporaneamente?
Anche se riuscite a immaginare tutto questo è impossibile, se non ci siete mai
stati, che riusciate a immaginare quello che succede il venerdì sera, quando il
biglietto d’ingresso costa due dollari e le automobili si mettono in fila per la
Grande Nottata Horror, per incollare gli occhi su sei schermi che grondano
secchi di sangue e sparano decibel di urla dal tramonto all’alba.
Immaginatevi questo, fratelli: una fresca, frizzante sera d’estate, con le
stelle del Texas come occhi di serpenti a sonagli che brillano in un bosco fitto
e scuro. Una fila di automobili, come una collana malandata, che si snoda dalla
cassa dell’autostrada, dispiegandosi per un chilometro e mezzo e forse anche
più.
I clacson strombazzano.
I bambini strillano.
Le zanzare ronzano.
Willie Nelson canta di occhi azzurri che piangono sotto la pioggia di un
impianto hi-fi per auto, in competizione con Hank Williams Jr., Johnny Cash, gli
ZZ Top, i Big Boys, i Cars e Country Bob e i Blood Farmers, gruppi e cantanti
che non siete in grado di identificare. E tutto quanto si fonde in una foschia
sonora, tra metallo e velluto, sino a diventare una musica autonoma: l’inno del
drive-in in un coro di confusione culturale.
E diciamo che la vostra auto è circa a metà della fila, e chiaro come il vostro
primo sogno erotico, altissimo, voi vedete il simbolo dell’Orbit: un grande
globo color argento con un anello in stile Saturno che gli gira attorno, un
globo che ruota su un palo di cemento a cono, un palo che torreggia a più di
trenta metri al di sopra del chiosco dei rinfreschi; e dal globo si proiettano
piccole luci bianche e azzurre, come su un albero di Natale, e sul vostro
parabrezza scorrono colori che si alternano di continuo. Azzurro. Bianco.
Azzurro. Bianco.
Dio onnipotente, che spettacolo. E come essere in presenza del Signore del Gran
Casino, dell’Oscuro Principe del Sangue e del Caos e della Spazzatura, del
Cattivo Popcorn, del Dio della Grande Nottata Horror in tutta la Sua dolce
realtà. La vostra auto in questa stravaganza del venerdì notte, in questa
istituzione texana di feste stellari, educazione sessuale e follia, e vedete in
giro gente in costume, come se fosse la sera di Halloween (e all’Orbit, tutti i
venerdì sera, sono la sera di Halloween), gente che strilla, parla, bestemmia,
fa un inferno. Parcheggiate l’auto, andate al chiosco dei rinfreschi. L’interno
è decorato da manifesti di vecchi film dell’orrore, teschi di plastica,
pipistrelli di gomma e ragnatele false. E c’è questa roba che si chiama
sanguecorn che potete comperare per venticinque cents in più del popcorn
normale, ed è solo popcorn con un po’ di colorante rosso per cibi versato sopra.
Ne comperate un po’, assieme a una Coca formato gigante per mandarlo giù, e
magari qualche nocciolina e tanti dolciumi da sparare fino alle stelle un
ipoglicemico.
Adesso siete pronti. Il film comincia. Roba di serie B, con un budget da
straccioni. Film quasi tutti girati con poco più di una cinepresa Kodak, un po’
di sputo, e una preghiera. E se di questa roba ne avete vista quanto basta,
finisce col piacervi; è un po’ come imparare ad apprezzare i crauti.
I microfoni che entrano in campo dall’alto, la pessima recitazione, e le smanie
di mostri in tute di gomma che cercano donne non per mangiarle ma per possederle
diventano un genuino piacere. Potete, simultaneamente, lanciare risate di
scherno e rabbrividire di paura quando un mostro attacca una femmina urlante
sulla spiaggia o in una foresta, e voi vedete la cerniera sulla schiena della
tuta del mostro che vi strizza l’occhio, velocissima come il sorriso sbronzo di
un gatto di Chelshire.
Ecco qui: una specie di panoramica generale della Grande Nottata Horror dell’Orbit.
Attirava me e la gang, ogni venerdì sera, come martiri destinati al sacrificio;
solo che al posto di vino e ostia si consumavano Coca e popcorn.
Signori, si fratelli, l’Orbit aveva proprio qualcosa di speciale. Era romantico.
Era fuorilegge. Era folle.
E alla fine, si dimostrò anche mortale.