Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine

 

Nella letteratura ispano-americana autori come Jorge Luis Borges e Julio Cortázar in Argentina, e soprattutto il premio Nobel Gabriel García Márquez sono considerati i rappresentativi esponenti della corrente magico-realista. In Cent’anni di solitudine, García Márquez descrive lo stupore del cinema a tutti sconosciuto, la sua magia come luogo di appuntamento amoroso, e non mancano altri passaggi “cinemanti” in racconti raccolti in Nessuno scrive al colonnello e Dodici racconti raminghi. Inoltre, è interessante il legame tra l’autore colombiano e il cineasta Emir Kusturica.
L’influenza del realismo magico di Cent’anni di solitudine sembra riapparire in tutta la filmografia di Kusturica, fino alla citazione diretta di alcuni personaggi. Basti pensare all’incipit de Il tempo dei gitani, dove il crepitante villaggio rimanda direttamente a un certo periodo della Macondo dell’autore colombiano, così il paesaggio desertico di Gatto nero, gatto bianco. In questo film appare anche una nonna centenaria molto simile alla Ursula che attraversa quasi tutta la saga dei Buendia. Ma è Underground a rapportarsi più direttamente con la globalità dell’opera, per gli stretti rapporti tra la storia e la comunità e i singoli personaggi, una realtà espansa ed esagerata verso il fantastico, la particolare enfasi dell’immagine in un’esaltata iperbole (ir)reale, il tempo che avanza linearmente, ma a volte si congela e crea accadimenti simultanei: tutto si ripete, niente cambia, in una scansione circolare del tempo, e la violenza e l’oppressione si ripresentano inesorabili tra mito e realtà.
Un parallelo tra i personaggi? Il colonnello Aureliano Buendia e Petar Popara… per cominciare.

Gaetano Gentile, 25/12/ 2006

 

Facevano le ore piccole in contemplazione delle pallide lampadine elettriche alimentate da un impianto che aveva portato Aureliano triste col secondo viaggio del treno, e al cui ossessionante tumtum costò tempo e fatica abituarsi. Si indignò per le figure viventi che il prospero commerciante don Bruno Crespi proiettava nel teatro dai botteghini a fauci di leone, perché un personaggio morto e sepolto ritornava in una pellicola e per la malasorte del quale si erano lacrime di afflizione, riappariva vivo e trasformato in arabo nella pellicola successiva. Il pubblico che pagava due centavos per compartire le vicissitudini dei personaggi, non poteva sopportare quella burla inaudita e fece a pezzi tutta la panchetteria. L’alcalde, su istanza di don Bruno Crespi, spiegò, mediante un bando, che il cinema era soltanto una macchina di illusioni, e perciò non meritava le intemperanze passionali del pubblico. Di fronte a tante deludenti spiegazioni molti ritennero di essere state vittime di una nuova e macchinosa cosa da zingari, di modo che decisero di non tornare più nei cinema, stimando di avere già abbastanza guai propri senza bisogno di piangere per soprammercato a causa delle simulate avventure di esseri immaginari.

[…]

Meme sapeva già allora che il sabato sera Aureliano Secondo aveva un impegno. Tuttavia il fuoco dell’ansia la arroventò in modo tale nel corso della settimana, che il sabato convinse suo padre a lasciarla andare da sola al cinema e tornarla a prendere al termine dello spettacolo. Una farfalla notturna svolazzò sulla sua testa fintanto che le luci rimasero accese. E allora successe. Quando le luci si spensero, Mauricio Babilonia venne a sedersi accanto a lei. Meme sentì di star sguazzando in una fangaia di irrequietudine, dalla quale poteva toglierla, come era avvenuto nel sogno, soltanto quell’uomo odoroso di olio di motore che lei appena riusciva a distinguere nella penombra.