(raccolta delle recensioni cinematografiche di Alberto Moravia pubblicate settimanalmente su L’Espresso)
Ultimo tango a Parigi
Una mattina, a Parigi, un uomo con il soprabito di cammello
infilato su una maglia, passa, cupo in volto; una ragazza in cappello, minigonna
e stivali lo sfiora, si volta a guardarlo, prosegue. Il cammino di ambedue
finisce a una casa sul cui portone pende il cartello di affittasi. Così l’uomo
come la donna hanno buone ragioni per interessarsi al cartello: la ragazza
è fidanzata, si sposerà; l’uomo cerca un luogo dove star solo col suo dolore:
sua moglie si è uccisa durante la notte.
Salgono insieme nell’appartamento che presenta il solito
spettacolo di squallore e di abbandono delle dimore disabitate. E così, girando
da una stanza all’altra, i due si accorgono che in realtà sono lì per far
l’amore. Il coito avviene nella maniera più violenta e brutale, quasi a
sottolineare che nel momento stesso in cui si avvinghiano, i due amanti si
sono liberati della loro identità, non sono altro che due animali che si
accoppiano nella caverna primitiva, analogamente all’appartamento così nudo e così inservibile ai fini
sociali. E infatti, appena la ragazza accenna, dopo
l’amore, a fare le solite domande: “Chi sei, come ti chiami, che fai?”,
eccetera, l’uomo la fa tacere: non debbono, non dovranno mai sapere nulla l’uno
dell’altro; tra quelle pareti nude non dovranno mai esservi che i corpi nudi di
un maschio e di una femmina.