Pier
Paolo Pasolini
pubblica questa “poesia in forma di rosa” nel 1964, quando ha già operato
quella personale rifondazione del cinema con Accattone,
Mamma Roma, La ricotta, La
rabbia, Comizi d’amore. In quello stesso anno gira Il vangelo secondo Matteo; cinema di poesia, come lui stesso lo
definì.
Nella poesia che segue, invece, i suoi versi si intrecciano alle immagini di A
Bout de souffle dell’odiato-amato Godard,
il montaggio strofico e quello filmico sono tutt’uno.
L’esplosivo film di Godard l’aveva visto tra i lazzi del pubblico in un
“pidocchietto” di Roma; inizialmente definì Godard “questo ridicolo
avanguardista”, poi cambiò completamente idea, tanto da dedicargli
l’incipit di questa poesia.
La profetica visione della propria fine sembra
confermare le teorie di Zigaina che
scandaglia l’opera pasoliniana in cerca dei segni di un consapevole cammino
verso il sacrificio di sé (si veda anche il saggio di Alessandro Carlini, “La
sindrome di Ivan Il’ic. Spunti per una fenomenologia della composizione
pasoliniana”, in Frameonline
n. 32-33, febbraio-aprile 2004).
Giovanni Petitti, 21/04/2004
sono
come un gatto bruciato vivo,
pestato dal copertone di un autotreno,
impiccato da ragazzi a un fico[…]
come un serpe ridotto a poltiglia di sangue.
(Stesura, in “cursus” di linguaggio “gergale” corrente, dell’antefatto: Fiumicino, il vecchio castello e una prima idea vera della morte).
Come
in un film di Godard: solo
In una macchina che corre per le autostrade
Del Neo-capitalismo latino – di ritorno dall’aeroporto –
[là è rimasto Moravia, puro fra le sue valige]
solo, “pilotando la sua Alfa Romeo”
in un sole irriferibile in rime
non elegiache, perché celestiale
il più bel sole dell’anno –
come in un film di Godard:
sotto quel sole che si svenava immobile
unico,
il canale del porto di Fiumicino
una barca a motore che rientrava inosservata
i marinai napoletani coperti di cenci di lana
un incidente stradale, con poca folla intorno…
come
in un film di Godard – riscoperta
del romanticismo in sede
di neocapitalistico cinismo, e crudeltà –
al volante
per la strada di Fiumicino,
ed ecco il castello (che dolce
mistero, per lo sceneggiatore francese,
nel turbato sole senza fine, secolare,
questo
bestione papalino, coi suoi merli,
sulle siepi e i filari della brutta campagna
dei contadini servi)…
sono
come un gatto bruciato vivo,
pestato dal copertone di un autotreno,
impiccato da ragazzi a un fico,
ma
ancora almeno con sei
delle sue sette vite,
come un serpe ridotto a poltiglia di sangue
un’anguilla mezza mangiata
le
guance cave sotto gli occhi abbattuti,
i capelli orrendamente diradati sul cranio
le braccia dimagrite come quelle di un bambino
un gatto che non crepa, Belmondo
che “al volante della sua Alfa Romeo”
nella logica del montaggio narcisistico
si stacca dal tempo, e v’inserisce
Se stesso:
in immagini che nulla hanno a che fare
con la noia delle ore in fila…
col lento risplendere a morte del pomeriggio…
La
morte non è
nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi.
E
questo bestione papalino, non privo
di grazia – il ricordo
delle rustiche concessioni padronali,
innocenti in fondo, com’erano innocenti
le rassegnazioni dei servi –
nel sole che fu,
nei secoli,
per migliaia di meriggi, qui, il solo ospite,
questo
bestione papalino, merlato
accucciato tra pioppeti di maremma,
campi di cocomeri, argini,
questo
bestione papalino blindato
da contrafforti del dolce color arancio
di Roma, screpolati
come costruzioni di etruschi o romani,
sta
per non poter più essere compreso.