Luigi
Pirandello, I quaderni di Serafino Gubbio operatore
I quaderni di Serafino Gubbio operatore fu dapprima pubblicato a puntate sulla Nuova Antologia (giugno-agosto 1915) con il titolo Si gira…, poi in volume nel 1916, a Milano. Il romanzo, lontano dal verismo coevo, pur essendo in forma di diario precede i successi teatrali dello scrittore siciliano. Successi che sono anche il risultato di una ricerca verso un linguaggio metaforico consapevolmente scelto contro la lingua meccanica del cinema muto, l’azione parlata che risarcisce il personaggio assente e muto della pellicola. Serafino Gubbio è un personaggio scarnificato, vicino al nascente movimento tedesco della Neue Sachlichkeit (“nuova oggettività e impassibilità”), distaccato dalla realtà, che vede attraverso metafore zoomorfiche, nemico delle macchine come dell’attualità della storia. Le pagine del romanzo anticipano le tematiche aggiornate all’avvento del sonoro di Se il film parlante abolirà il teatro (1929), quindi il rapporto conflittuale col cinema, e il discorso su arte e vita.
Gaetano Gentile, 01/12/2006
Entro nel
vestibolo a sinistra, e riesco nella rampa del cancello, inghiajata e incassata
tra i fabbricati del secondo reparto, il Reparto Fotografico o del
Positivo.
In qualità d’operatore ho il privilegio d’aver un piede in questo reparto e
l’altro nel Reparto Artistico o del Negativo. E tutte le
meraviglie della complicazione industriale e cosi detta artistica mi sono
familiari.
Qua si compie misteriosamente l’opera delle macchine.
Quanto di vita le macchine han mangiato con la voracità delle bestie afflitte da
un verme solitario, si rovescia qua, nelle ampie stanze sotterranee, stenebrate
appena da cupe lanterne rosse, che alluciano sinistramente d’una lieve tinta
sanguigna le enormi bacinelle preparate per il bagno.
La vita ingoiata dalle macchine è lì, in quei vermi solitari, dico nelle
pellicole già avvolte nei telaj.
Bisogna fissare questa vita, che non è più vita, perché un’altra macchina possa
ridarle il movimento qui in tanti attimi sospeso.
Siamo come in un ventre, nel quale si stia sviluppando e formando una mostruosa
gestazione meccanica.
[…]
Ciascun d’essi
– parlo, s’intende, dei veri attori, cioè di quelli che amano veramente la loro
arte, qualunque sia il loro valore – è qui di mala voglia, è qui perché è pagato
meglio, e per un lavoro che, se pur gli costa qualche fatica, non gli richiede
sforzi di intelligenza. Spesso, ripeto, non sanno neppure che che parte stiano a
rappresentare. […]
Qua si sentono in esilio, non soltanto dal palcoscenico, ma quasi anche da se
stessi. Perché la loro azione, l’azione viva dal corpo vivo, là,
sulla tela dei cinematografi, non c’è più: c’è la loro immagine soltanto,
colta in un momento, in un gesto, in una espressione, che guizza e scompare.
Avvertono confusamente, con un senso smanioso, indefinibile di vuoto, anzi di
vôtamento, che il loro corpo è quasi sottratto, soppresso, privato della sua
realtà, del suo respiro, della sua voce, del rumore ch’esso produce movendosi,
per diventare soltanto un’immagine muta, che trèmola per un momento su lo
schermo e scompare in silenzio, d’un tratto, come un’ombra inconsistente, giuoco
d’illusione su uno squallido pezzo di tela.
Si sentono schiavi anch’essi di questa macchinetta stridula, che pare sul
treppiedi a gambe rientranti un grosso ragno in agguato, un ragno che succhia e
assorbe la loro realtà viva per renderla parvenza evanescente, momentanea,
giuoco d’illusione meccanica davanti al pubblico. E colui che li spoglia dalla
loro realtà e la dà a mangiare alla macchinetta; che riduce ombra il loro corpo,
chi è? Sono io, Gubbio.
Essi restano qua, come su un palcoscenico di giorno, quando provano. La sera
della rappresentazione per essi non viene mai. Il pubblico non lo vedono più.
Pensa la macchinetta alla rappresentazione davanti al pubblico, con le loro
ombre; ed essi debbono contentarsi di rappresentare solo davanti a lei. Quando
hanno rappresentato, la loro rappresentazione è pellicola.
Mi possono voler bene?