Riflessioni su Salò o le centoventi giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini
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Ho visto una volta, per cinque minuti, un film
pornografico. A differenza di Catone nell’epigramma di Marziale
(tradotto da Concetto Marchesi: “Tu conoscevi il dolce rito della
giocosa Flora /e l’allegria della festa e la libertà della gente / E allora
perché sei venuto al teatro, o severo Catone? / O sei venuto solo per questo:
per uscirne?”), non sapevo quali sarebbero state le mie reazioni di fronte
a un simile spettacolo. Presumevo anzi mi sarebbe piaciuto, piacendomi la
letteratura erotica e libertina. Mi sono invece trovato davanti a dei corpi
umani ridotti a pura e triste meccanica e ho fatto l’immediata constatazione che
di pornografico, in un film pornografico, ci sono soltanto gli spettatori. Se
fossi rimasto oltre, mi sarei molto annoiato e un po’ vergognato.
Giorni addietro, a Roma, vedendo l’ultimo film di Pasolini
mi sono trovato in una condizione del tutto diversa. Questo per dire subito che
se sono arrivato a sperare che questo film lo vedano in pochi, ci sono arrivato
da ben altra parte. Mentre le immagini scorrevano sullo schermo, non mi sono
sentito pornografo ma vittima. Vittima del dovere di vederlo, vittima dell’attenzione con cui ho sempre seguito
Pasolini, vittima - perché non
dirlo? - del mio cristiano amore per lui, di un amore che forse sfiora il
concetto - cristiano e cattolico - della reversibilità. Ho sofferto
maledettamente, durante la proiezione. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a
non chiudere gli occhi, davanti a certe scene: e nel buio diciamo fisico che si
faceva in me, precario conforto a quell’altro, morale e intellettuale, che
dilagava dallo schermo, disperatamente e come annaspando, cercavo nella memoria
immagini d’amore. Poi venne, da una delle vittime, da una di quelle che anche
nelle didascalie iniziali, coi loro nomi anagrafici, sono definite vittime -
venne l’invocazione-chiave, l’invocazione che spiegò il senso del film e l’impressione che produceva in me:
“Dio, perché ci hai abbandonati?”.
Lo stesso grido di Cristo nel Vangelo di Marco: “Eloi, Eloi,
lama sabactani?”.
A questo punto, a spezzare provvidenzialmente l’effetto del
film, mi affiorò il ricordo di una battuta di Jean Paulhan quando
testimoniando a favore di Jean-Jacques Pauvert, imputato per la ristampa
delle opere di Sade che veniva facedo, alla domanda del giudice: “Dunque lei non crede che le opere di
Sade siano pericolose?”,
aveva risposto: “Pericolosissime: conosco una ragazza che dopo averle lette
si è fatta monaca”. Questa battuta, meno paradossale di quanto sarà parsa
al giudice (nella migliore delle ipotesi: che è possibile l’abbia intesa a
carico invece che a discarico di Pauvert), veniva a porre la questione
del film di Pasolini in rapporto alla censura, e il problema stesso della
censura, nei termini più esatti e più giusti. Il film di Pasolini è
senza dubbio importante: importante come conclusione della sua autobiografia,
importante per chi come me sente il bisogno di ricostruire la sua vita, di
spiegarsela, di capirla con umiltà e insieme con pietà; di capire la sua
scelta, di capire il suo “suicidio”. Ma a che serve, per la
generalità degli spettatori; a che serve per le masse che lo consumeranno?
Lasciando da parte i pochissimi che a vederlo possono sentirsi insorgere delle
latenti perversioni o trovare una forma di appagamento a quelle coscienti, i
più non ne avranno che nausea e dolore: e o sentiranno l’impulso di ripagare
con la violenza tanta violenza (magari sfasciando il cinema) o sentiranno tanta
disperazione e dannazione da trovarsi ad invocare Dio come nel film la vittima,
come la ragazza di cui dice Paulhan che si è fatta monaca dopo aver
letto Sade.
Ora, decisamente, tanto per stare alla battuta di Paulhan,
è appunto questo che non vogliamo: che le ragazze si facciano monache. Facendo
il film che ha fatto, Pasolini ci ha avvertito di questo pericolo. E
anche morendo come è morto: di una morte in cui gli elementi “libertari” sono sovrastati e annichiliti dagli elementi
“cattolici”. Ma noi dobbiamo difendercene. E non dico noi per questa
società, questo Stato, tutto quello che Vittorini chiamerebbe morte e
putredine - che hanno se mai non il diritto di difendersi ma il dovere di
dissolversi; ma noi che ormai sappiamo quello che siamo e quello che vogliamo:
anche se stretti tra le delusioni storiche nuove e le tentazioni metafisiche
vecchie.
(Rinascita, n. 49, 12 dicembre 1975)