Enzo
Siciliano,
Cinema e film – Cronaca di un amore contrastato
Non è mia
intenzione, nel piccolo spazio di questa rubrica, fare una summa del lavoro di
intellettuale a tutto tondo di Enzo Siciliano, umanista finissimo,
saggista letterario militante (vedi l’attività su Nuovi Argomenti),
romanziere, critico musicale, biografo (di Pasolini e Moravia, suoi amici),
autore di teatro e cinema. Solo per l’attività narrativa, ci permettiamo di
citare una parte del bel ricordo di Paolo Mauri, apparso su Il Venerdì
di Repubblica del 16 giugno 2006: “… nello scavo delle psicologie,
Siciliano tentava di identificare se stesso attraverso una ricognizione delle
proprie radici. Fondamentale è infatti la figura della madre, l’investigazione
nella terra degli avi, la Calabria con il suo mare e le sue asprezze, le
diffidenze della sua gente…”.
Abbiamo recuperato con una certa difficoltà la raccolta di recensioni
cinematografiche apparse su L’Espresso dalla fine del 1990 al 1993 – dove
ha succeduto proprio a Moravia - dal titolo Cinema e film – Cronaca di
un amore contrastato (Rizzoli 1999), in cui, oltre alla squisita qualità
letteraria della prosa e alle acute osservazioni spese per i film, che fanno
capire quanto una vasta cultura umanistica possa contare per affrontare la
critica cinematografica, si può leggere un’interessante introduzione (compresa
la travagliata storia del suo unico film da regista, La coppia (1969),
tratto da un suo romanzo), dalla quale estrapoliamo una piccola parte della sua
poliedricità, quella legata al cinema fatto in prima persona.
Gaetano Gentile, 30/10/2006
Con Pasolini
Di lavoro interno al cinema,
per così dire, ne ho fatto pochissimo, a parte La coppia.
Non posso considerare lavoro nel cinema essermi trovato per alcune settimane
della primavera 1964 sul set de Il vangelo secondo Matteo, a Matera e a
Crotone, o in un uliveto a Tivoli. Con Alfonso Gatto, con Giorgio
Agamben ci dicevamo straziati di noia. Pier Paolo anelava come un cane dieto
la camera che spessissimo Tonino Delli Colli teneva a mano.(…) Le
settimane più dure furono in Calabria, sulla spiaggia infuocata della Castella a
Crotone. “Sembra il paesaggio de Lo straniero di Camus” diceva
Alfonso rovesciando in alto il celeste dei suoi occhi da veggente. Chi poteva
essere l’arabo che rischiava di finire sotto i colpi inconsulti, gratuiti d’una
pistola?”.
Con Visconti
Più complesso fu quando
Luchino Visconti mi chiamò, accanto a Enrico Medioli, per lavorare su
un progetto che non andò mai a segno: un film sulla Recherche. Luchino
conosceva Proust a menadito, e, se dapprincipio aveva idea di concentrare
il film sull’amore del narratore per Alberatine e di Charlus per Morel, via via
ci diceva che non si poteva fare a meno di quell’episodio o di quell’altro, di
Swann, di Odette e di tutti i Guermantes, e anche dell’intero salotto Verdurin,
o degli zeppelin su Parigi e conseguenti fughe dei parigini nel sottosuolo del
metro.
Luchino voleva tutto: e la conseguenza fu che non riusci ad ottenere nulla dalla
produttrice francese, Nicole Stephane, che si spaventò alla vista dello
scartafaccio, buono per tre o quattro film, che le presentammo.
Arrivò in soccorso Suso Cecchi D’Amico, che tagliò, scucì e ricucì,
rifece ogni cosa dal principio alla fine. Luchino intanto girava Morte a
Venezia, e il suo Proust non ebbe mai vita.
Con Petri
Sognava un film e lo dipingeva
con una tavolozza d’acidi colori presi in prestito dai più amari iperrealisti
americani.
Facevamo passeggiate sul lungotevere verso sera, intorno a casa sua, da ponte
Margherita a ponte Cavour, discutendo il plot di un film che gli sarebbe
piaciuto girare, la storia di un prete, che, in tempi di penuria spirituale,
spendeva di casa in casa, a Roma, i conforti del proprio sapere, raccogliendo
qualche elemosina per sbarcare il lunario: voleva essere prete sul serio, ma non
ce la faceva; difatti l’amore, il sesso l’avrebbero tradito. Da tante
discussioni non riuscimmo a mettere insieme neppure un rigo. Diceva: “Non è
perduto niente”. Abbiamo perduto lui.
Del cinema…
Bisogna essere leggermente
ipermetropi per aver piacere del cinema, come tutte le cose dell’arte. La miopia
spinge a dire che il cinema è morto. I miopi vedono soltanto quel che scorre a
un palmo dalle loro pupille, e non gli piace perché è distorto. Non bisognerebbe
mai assolutizzare i propri difetti. Il cinema è bello anche quando è brutto. Un
corpo messo malamente in campo, un pessimo attore che mima malamente un gesto,
testimoniano comunque la natura dell’esistenza, la sua visibilità. Per questo
dico che è impossibile non amare il cinema. Il più incerto piano-sequenza ci
mette davanti la brutalità e la verità dell’esistere come in nessun altro modo
era accaduto prima d’ora agli uomini.
Più che l’arte del secolo, il cinema è la realtà del secolo. La riproduzione
tecnica dell’azione ha l’apparenza di un paradosso, ma è una rivoluzione
conoscitiva. Ha messo a soqquadro l’immaginario del tempo nostro.
Come il romanzo due secoli fa, o il teatro al tempo di Eschilo.
Con il margine del provvisorio, allora: evviva il cinema.