Paolo Teobaldi, La badante. Un amore involontario

 

Incontrai Paolo Teobaldi dopo il successo di critica e di pubblico de La discarica (cfr. I romanzi del vampiro buono”, in Avvenimenti, 24/10/1999), un romanzo che narrava la fine di un amore e il riscatto di un personaggio attraverso la particolare ottica dei rifiuti. Un testo pieno d’ironia, che ha avuto recensori importanti come Tabucchi e Starnone ed è stato tradotto in francese, spagnolo, greco e tedesco. Prima di quel libro Teobaldi, classe 1947, insegnante e copy prima di diventare scrittore, aveva alle spalle altri due interessanti testi: Scala di Giocca (Edes, 1984), disamina autobiografica dell’eroicomica avventura sarda di un insegnante pesarese al primo incarico, e Finte. Tredici modi di sopravvivere ai morti (e/o, 1995), un’indagine, tra Lynch e Bianciardi, dei modi in cui i vivi cercano di esorcizzare la morte delle persone care.
Il penultimo libro Il padre dei nomi
(e/o, 2002), corposo romanzo con al centro il linguaggio e i suoi giochi nelle vicende di un copywriter, e nello stesso tempo la storia di un Italia che passa dal mondo contadino alle speranze del boom industriale fino alle avvisaglie della new economy, mi aveva lasciato qualche perplessità per una voluta musicalità soave e un tentativo, non sempre riuscito, di comporre un epos di pace.
Nell’ultimo romanzo La badante. Un amore involontario, lo scrittore pesarese racconta la storia di un uomo solo, sprofondato nelle piccole ossessioni quotidiane ma anche aperto verso l’arrivo di una “vita nuova” proveniente dalla Moldavia, nei panni sottilmente e castamente erotici di una badante impostagli dalle figlie lontane. La vita di provincia, Pesaro è il fulcro dell’azione, è
raccontata con la consueta ironia, e riecheggia i toni del “maestro Volponi”.
Da questo bel romanzo abbiamo scelto l’incipit, dove viene citato Il posto delle fragole
di Bergman, di cui Teobaldi ci dice essere appassionato spettatore e lettore della splendida sceneggiatura pubblicata da Iperborea.
Citazione filmica che ha una valenza ulteriore vista la misurata presenza dei riferimenti cinematografici nelle precedenti opere, tant’è che in una conversazione inedita mi ha dichiarato con il suo consueto
understatement: “Ho lavorato nella pubblicità: lì la scrittura è tutta basata sull’ammiccamento e la citazione di opere di successo, ma quando faccio narrativa questo discorso non mi interessa.
Uno si mette a scrivere senza committente, scrivere è una cosa da folli, bisogna avere contemporaneamente il massimo dell’umiltà, perché ti hanno preceduto grandi autori come Sciascia, e il massimo della superbia, perché devi far sentire la tua voce in mezzo alla loro.
Gli scrittori sono come gli scalatori, si può arrivare agli 8000 metri oppure accontentarsi dei 160 metri del San Bartolo che abbiamo qui a Pesaro. Io vorrei arrivare a 8000, ma temo di non farcela, l’importante è non illudersi anche perché un libro non cambia il mondo; sarebbe bello”.

Giovanni Petitti

 

C’era poco da fare.
Era quasi l’una e il padellone delle Poste non sbagliava mai: o quasi mai perché quando s’era guastato per il black-out le lancette erano rimaste bloccate sulle 3,20 per diversi giorni, paralizzate su quella forbice in maniera inquietante…
… anche se mai  come le 10,25 della strage alla stazione di Bologna…
… o il quadrante senza lancette del film di Bergman con cui loro due, senza volerlo, aveva rovinato la vita alle bambine, com’è che si chiamava?… Il posto delle fragole, che comincia con l’incubo di un vecchio professore che sogna di passeggiare in una città deserta, e poi incrocia un carro funebre senza cocchiere, che ad un certo punto s’incoccia a un lampione e i cavalli continuano a tirare finché non si stacca una ruota: allora il carro s’inclina, la cassa da morto scivola a terra davanti a lui, e cadendo si apre e il morto è lui stesso!, il professore Isak Borg, che improvvisamente lo ghermisce per un braccio e allora lui si sveglia terrorizzato… e capisce ch’era solo un brutto sogno e a toccargli il braccio era la sua vecchia fedele governante che lo stava svegliando perché poi proprio quella mattina dovrebbe recarsi a Lund a ritirare un premio prestigioso, una specie di Nobel: un bel film in bianco e nero, più nero che bianco in verità, nero di seppia, nero di morte…
Quando il morto apre gli occhi, le bambine avevano strillato all’unisono. Dopo, a casa, aveva quasi fatto questione con sua moglie perché è vero che Bergman è sempre Bergman, le aveva detto, ma lei non doveva fidarsi troppo dei preti: escluso don Ettore. Elvira invece controllava sempre sul settimanale della parrocchia, che per ogni film riportava fra parentesi una lettera capitale corrispondente a precise indicazioni morali: un alfabeto ridottissimo, che compendiava l’intera dottrina cattolica. Quante volte l’aveva presa in giro con le bambine su quelle quattro lettere?
La T voleva dire che il film era per tutti: erano cartoni animati, paperi, sorci, pastorelli che vedevano la Madonna, orfani che parlavano col crocifisso; storie edificanti, dove non si baciava mai nessuno;
la A di per adulti significava che a un certo punto, di solito prima che comparisse The end sul sedere del cavallo in primo piano, c’erano due che si baciavano: i quali però erano sposati o stavano per sposarsi;
la S invece voleva dire che i due si baciavano anche se non erano sposati o che lo facevano in modo sconsigliato. E infatti: Sembrano i piccioni della piazza!, aveva detto Linuccia alla sua prima S;
la E di escluso vietava tassativamente la visione sia del film che delle locandine.
Oltre la E c’era solo l’abisso del peccato: il varietà, le strisce con scritto CENSURA incollate sul petto delle ballerine.
E comunque, anche se avesse controllato sull’Osservatore romano, la sua Elvira avrebbe visto che il posto delle fragole era A, perché per i preti il male era il sesso, mentre per lui era l’ingiustizia, le cose fatte male, le storture; per Bergman invece il male era l’aridità dei sentimenti: quei due impestati, marito e moglie, che litigano in maniera così feroce e disgustosa che a un certo punto Ingrid Thulin, la nuora del professore, che pure aveva dato loro un passaggio, li fa scendere dall’auto perché a bordo ci sono anche tre giovani autostoppisti, tra cui una splendida Bibi Andersson.
Scusateci… se potete, dice la malmaritata prima di uscire di scena.

Le stesse parole che avrebbe voluto dire lui alle bambine, che con quel film purtroppo avevano intuito l’idea della morte; e dopo erano venute loro addosso mille paure, la paura del buio, dei fantasmi, del camposanto, di addormentarsi e fare brutti sogni eccetera e lui, per rasserenarle e farsi perdonare, le prendeva amorevolmente in giro dicendo che alla sera dovevano mangiare di meno […]